Alain Caillé, Estrema destra ed autoritarismo, Meltemi, pagine 106, euro 10.

Il sociologo e filosofo Alain Caillé è noto non tanto come studioso dell’estrema destra, ma come fondatore de “La Revue du Mauss”, legata al paradigma del dono di Marc Mauss e al movimento anti-utilitarista nel campo delle scienze sociali, nonché quale animatore del Primo (2013) e Secondo (2020) Manifesto convivialista, che hanno visto l’adesione di oltre duecento intellettuali di caratura mondiale. Senonché l’interesse suscitato dall’articolo “L’estreme droite partout. Pourquoi?”, redatto in occasione del ciclo di incontri della rete di educazione popolare Utopia nell’ottobre 2022, ha spinto Caillé ad ampliarlo, estendendo la riflessione anche ai regimi autoritari. Mantenendo un impianto di carattere didattico, ben nove schede mettono a fuoco le tematiche essenziali trattate nel libro “Estrema destra ed autoritarismo”, che contiene anche una puntuale ed esaustiva postfazione del filosofo Francesco Fistetti.

L’approfondimento di Caillé prende le mosse da due lapidarie considerazioni: innanzi tutto, secondo l’istituto svedese V- Dem, nel 2019 i paesi democratici sono diventati meno numerosi dei paesi autoritari (87 contro 92). Altresì, per il ricercatore Cas Mudde l’estrema destra in Francia sta vivendo la sua quarta ondata dalla Seconda guerra mondiale, in quanto non è mai scomparsa dalla scenario politico, presentandosi di volta in volta in forme diversificate rispetto alle tematiche da agitare all’opinione pubblica.

L’originalità del suo contributo è da rintracciare nell’articolata diagnosi delle contraddizioni determinate all’interno della società dal dominio del modello neoliberista e dall’utilizzo del concetto di “totalitarismo rovesciato” per leggere e comprendere il contro-contro-movimento che, con la rivoluzione conservatrice del decennio ‘80 -‘90, a partire da Reagan e Thatcher, ha reintrodotto il primato del mercato quale regolatore universale delle condizioni di vita materiali e culturali.

In pratica, nel trentennio successivo alla liberazione dai regimi nazi-fascisti, le lotte del movimento operaio, favorite dalla presenza dei partiti social-comunisti di massa e da una estesa sindacalizzazione nei settori industriali del lavoro, avevano determinato una certa regolamentazione statale e, con l’edificazione del Welfare State, l’affermazione piena delle costituzioni democratiche, attraverso una dinamica che il sociologo ed economista Karl Polany denominò contro-movimento.

Oltre un quarantennio di globalizzazione capitalistica, al di là della plateale smentita della narrazione apologetica che l’ha accompagnata, nell’esaltare la competizione di tutti contro tutti, ha ampiamente disintegrato le precedenti identità sociali e lavorative. Le società contemporanee sono sempre più atomizzate e frantumate, si “pensano sempre meno come società”, mentre si sono accentuate le diseguaglianze, legittimate paradossalmente da un pernicioso “secessionismo dei ricchi”.

A questo esito hanno senz’altro contribuito gli enormi mutamenti della composizione di classe del mondo del lavoro: il processo di deindustrializzazione, che ha investito le economie occidentali, ha ridotto ai minimi termini il proletariato sindacalizzato, a fronte di un vistoso incremento di quello occupato nei servizi, più ricattabile ed in cerca di maggiori tutele. Nel nuovo capitalismo neo-oligarchico le multinazionali, raggruppate nell’acronimo Gafam (Amazon, Apple, Google, Microsoft, Facebook ), si avvalgono prevalentemente di lavoro scarsamente qualificato, servile e addirittura para-schiavistico, in particolare fuori dai confini dell’Occidente, e per le dinamiche legate alla profilazione dei soggetti-consumatori prefigurano uno scenario da tecno-feudalesimo.

E’ in questo contesto, per Caillé, che al panico economico, provocato dal progressivo deterioramento del tenore di vita delle classi popolari e delle classi medie, si assomma un sentimento di “panico identitario generalizzato”, per cui i migranti, i disoccupati e le fasce di forza-lavoro marginalizzate dalla precarizzazione lavorativa diventano i capri espiatori di una diffusa rabbia sociale.

Le estreme destre sono abili nel cavalcare questo risentimento, indirizzandolo strumentalmente anche contro le élite modernizzatrici, seppure aderiscano al neoliberalismo in economia e coltivino tendenze autoritarie, declinandole in direzione di un nazionalismo conservatore. Diversamente le sinistre versano in “pessime condizioni”. In base ad un sondaggio del Centre de recherches politiques de Sciences Po del febbraio 2021, solo il 26,5% di tedeschi, inglesi, francesi e italiani si dichiara di sinistra.

Quindi, in ragione della regressione che ha colpito nazioni storicamente progressiste come la Danimarca e la Svezia – ove le formazioni socialdemocratiche hanno subito sul piano dell’egemonia i discorsi xenofobi dell’estrema destra a proposito dell’accoglienza dei migranti – unitamente al ritorno dell’incendiario e provocatore Donald Trump alla Casa Bianca, le democrazie liberali sono sottoposte al rischio di una torsione preoccupante dei loro principi costituzionali.