
Sul sito del Mimit sono 37 i tavoli di crisi attivi e 30 in fase di monitoraggio. Una fotografia di un’Italia industriale in affanno, dove ogni settore – dall’auto alla moda, dalla logistica all’e-commerce – attraversa una fase di crisi drammatica, con nomi di aziende eccellenti come, a titolo esemplificativo, Acc Italia (sito di Termoli), Acciaierie d’Italia (ex Ilva), Beko Europe BV (ex Whirlpool Emea), Ceramica Dolomite, Conbipel, Riello (sito di Morbegno), Alitalia, Coin, Electrolux Italia, Italtel, La Perla, Menarini (ex Industria Italiana Autobus), Piaggio Aero Industries, Termini Imerese (ex Blutec). Nessuno è al riparo, nemmeno i lavoratori più qualificati, come è successo a ingegneri, informatici e matematici della Cerence di Torino, sostituiti dall’Intelligenza artificiale.
Tra i licenziati molti hanno anche età avanzata, over 50 o 60. Troppo giovani per la pensione, troppo vecchi per reinserirsi nel mondo del lavoro. “Perdere l’amore quando si fa sera”, cantava Massimo Ranieri … ma l’amore, anche a 60 anni si può ritrovare. Il lavoro invece no! Ci si ritrova, dopo decenni di esperienza, ad inviare centinaia di curriculum nel vuoto. Nessuna risposta. Nessun colloquio. Solo silenzio. La ferita diventa esistenziale, non solo economica.
L’Italia non è l’unico paese europeo a vivere una crisi del tessuto produttivo e sociale, ne sono toccati anche, Francia, Germania, Inghilterra. E si tratta di una crisi sistemica. L’Italia, per struttura e fragilità politica, è tra i Paesi più esposti.
Quattro sono stati i colpi devastanti per il sistema produttivo: la pandemia da Covid-19 che ha paralizzato interi settori, con sostegni a lavoratori e imprese tardivi e insufficienti; il conflitto russo-ucraino: le sanzioni alla Russia hanno tagliato una consistente fetta di mercato per le imprese italiane e non solo, mentre il gas russo era fondamentale per la nostra industria (per non dire di quella tedesca); la crisi geopolitica del Mar Rosso – conseguenza del genocidio israeliano a Gaza – che compromette le rotte marittime; i dazi statunitensi sui prodotti europei, in particolare agroalimentari e industriali, e la valutazione del dollaro, che hanno colpito duramente le esportazioni italiane.
In questo scenario la risposta italiana è di immobilismo politico e miopia strategica. Agli eventi globali, il governo ha reagito con l’inerzia della propria politica industriale e sembra più interessato a compiacere interessi esterni che a proteggere il lavoro e la produzione nazionali.
Ma è sconcertante che Commissione Ue e governi europei, invece di trovare soluzioni per il rilancio e la crescita della domanda interna, distorcano i reali problemi per investire in progetti di riarmo e spese militari. Invece di rafforzare il tessuto produttivo si moltiplicano le spese per la difesa, come se la guerra fosse l’unico futuro immaginabile. È una diversione costosa, che sottrae risorse alla riconversione industriale, alla formazione, alla protezione sociale.
Si cerca di far passare l’idea che il riarmo ed il potenziamento dell’industria bellica siano necessari e siano il propulsore dell’economia. Chiara Bonaiuti, ricercatrice Ires, sottolinea come la guerra sia ormai parte integrante del capitalismo europeo. Non è solo un problema etico, ma economico e redistributivo: “Erroneamente si parla spesso di riarmo come volano economico e strumento di sviluppo. I dati non lo confermano, anzi… Un miliardo investito in armamenti genera circa 3mila posti di lavoro. La stessa cifra investita in sanità o istruzione ne produce tra 9mila e 11mila”. Il riarmo quindi non crea occupazione, ma una contrazione del welfare.
Mentre gli stipendi calano e i cittadini pagano sempre più di tasca propria per sanità e servizi fondamentali, i vertici Ue proseguono nella scellerata scelta del riarmo, nonostante il dissenso popolare, una scelta politica priva di mandato, dettata dalle lobby finanziarie. Le principali aziende belliche europee (Leonardo, Rheinmetall, Thales) sono controllate da fondi americani come BlackRock, Vanguard, State Street, Capital Group, soggetti che non investono per la sicurezza dei cittadini, ma per il proprio profitto.
Solo la Spagna osa dissentire, e subisce fortissime pressioni internazionali. Ma cresce: ha puntato su energia rinnovabile, consumi interni e servizi ai cittadini. Quindi un modello alternativo esiste.
L’industria delle armi non è la risposta alla crisi. È una scorciatoia pericolosa che sacrifica il welfare, la redistribuzione e la democrazia. Gli Stati dovrebbero avere come obiettivo il benessere dei propri cittadini. Serve un’Europa che non si rifugi nella retorica della sicurezza e del bellicismo, ma investa nella resilienza sociale. Il potenziamento dell’industria bellica minaccia la democrazia.
In tutto questo resta un seme di speranza: la lotta dei lavoratori che scioperano, si mobilitano, non vogliono essere un numero in un piano di esuberi, e l’enorme mobilitazione contro il genocidio e per la Palestina, contro le guerre e i piani di riarmo, con un forte protagonismo giovanile.
