La manovra di bilancio del governo Meloni è riassumibile in due parole: austerità e riarmo. La difesa, infatti, è l’unico capitolo che cresce, con ben 23 miliardi nei prossimi tre anni; tutti gli altri subiscono tagli e definanziamenti, in particolare la spesa sociale. Le stesse risorse aggiuntive destinate alla sanità sono appena sufficienti a confermare l’attuale livello di spesa in rapporto al Pil, nettamente inferiore alla media europea. Non è così che si salva un Ssn sull’orlo del collasso, come dimostrano i milioni di italiani che rinunciano a curarsi o si rivolgono – per chi può permetterselo – ai privati.

L’altro dato che salta agli occhi scorrendo le tabelle è il numero “zero” alla voce “investimenti”. La conseguenza è perfino ovvia: come ammette lo stesso esecutivo, la manovra avrà un impatto nullo sulla crescita.

Più che una linea di politica economica e sociale, quella di Palazzo Chigi sembra una vera e propria resa di fronte alla realtà. Una realtà che, al di là della propaganda, è fatta di crescita anemica, calo della produzione industriale in corso ormai da tre anni, desertificazione produttiva che colpisce sempre più territori, incremento della cassa integrazione, aumento della precarietà e del lavoro povero, esplosione delle diseguaglianze sociali.

Un numero su tutti conferma il declino: centomila giovani ogni anno emigrano all’estero alla ricerca di un lavoro libero e dignitoso. Non potrebbe essere altrimenti, con una questione salariale grande come una casa. Un problema che non si sta affatto risolvendo, bensì aggravando, a causa di un drenaggio fiscale che sottrae decine di miliardi di euro a pensionati e lavoratori, i quali hanno già subito un’inflazione cumulata mai fin qui recuperata (secondo l’Istat, le buste paga sono ancora inferiori del 9% rispetto al 2021).

Il governo non solo ha deciso di non restituire il fiscal drag pregresso, ma ha anche scelto di non neutralizzarlo per il futuro, attraverso l’indicizzazione automatica all’inflazione dell’Irpef (scaglioni, detrazioni, trattamento integrativo, ecc.). E questo – se possibile – è ancora più grave. Così facendo, con una mano – la detassazione degli aumenti contrattuali e la riduzione della seconda aliquota Irpef – si dà qualcosa, troppo poco, a chi vive di reddito fisso, con l’altra mano si prende molto di più.

Non c’è nulla di casuale in tutto questo. Il governo ha deciso di non fermare questa vera e propria “macchina infernale” per una ragione molto semplice: su quelle imposte non dovute fa affidamento per garantire gli equilibri di finanza pubblica, scaricandoli per intero sui soliti noti. Per di più con l’obiettivo di finanziare una folle corsa che contribuirà ad alimentare i sanguinosissimi conflitti in corso, anziché fermarli.

A parole si dichiara di voler tutelare il potere d’acquisto di lavoratori e pensionati, nei fatti si fa esattamente il contrario. È lo stesso schema utilizzato in campagna elettorale, quando si è promessa l’abolizione della legge Monti-Fornero, per poi – una volta al potere – riuscire addirittura a peggiorarla, con l’aumento dell’età pensionabile che colpirà quasi il 99% dei lavoratori.

Di fronte a tutto questo, la Cgil non può rimanere né silente, né ferma: la manovra va cambiata per fermare il drammatico impoverimento di chi vive di salario e di pensione, e la manifestazione del 25 ottobre è solo la prima tappa della nostra mobilitazione d’autunno, che non può che proseguire.

Nel portarla avanti, non dobbiamo limitarci a dire “No” a politiche sbagliate che colpiscono le persone che rappresentiamo e che portano a sbattere tutto il Paese, ma dobbiamo promuovere la nostra agenda alternativa, innanzitutto sulla politica fiscale: restituzione del fiscal drag, sua neutralizzazione per il futuro, tassazione di profitti, extraprofitti, rendite e grandi ricchezze; contrasto all’evasione fiscale, ecc. Non è assolutamente vero che non si può fare, perché – anche nei vincoli del nuovo patto di stabilità – è sempre possibile attivare la leva di nuove entrate per finanziare nuove spese. E “andare a prendere i soldi dove sono” non è solo un nostro slogan, ma l’unico modo per alzare salari e pensioni, mettere in campo una politica industriale e gli investimenti necessari a vincere la sfida della transizione digitale, energetica ed ecologica del sistema produttivo, rilanciare il sistema pubblico dei servizi (a partire da sanità e istruzione).

Non si tratta di contestare questa o quella politica, questo o quel provvedimento, questa o quella scelta. Siamo di fronte a un bivio storico, a un’alternativa secca tra due modelli sociali e di sviluppo incompatibili: quello fondato su austerità, riarmo ed economia di guerra, che altro non è che lo stadio finale – qualcuno direbbe la “fase suprema” – di un modello di sviluppo che da decenni svalorizza il lavoro, massimizza i profitti e devasta l’ambiente, e che può salvare sé stesso solo ricorrendo all’eccezionalismo di uno stato di guerra permanente; e quello – che noi sosteniamo – fondato su pace, lavoro, stato sociale, diritti. E noi sappiamo da quale parte sta la maggioranza degli italiani.

(Roma, 22 ottobre 2025)