
C’è una crescente compromissione dei diritti sanciti dalla Costituzione. A non trovare piena attuazione sono sia i diritti civili sia i diritti sociali: libertà di manifestazione del pensiero, libertà personale, di associazione, diritto a non essere discriminati, diritto alla salute, all’istruzione e al lavoro.
Non si può affermare che questi diritti siano stati pienamente garantiti anche in passato. E’ netta la sensazione, tuttavia, che l’attuale maggioranza sia disinteressata a garantire il diritto alla salute e al lavoro, e scientemente intenzionata a una demolizione dei restanti principi.
Da questa prospettiva gli attacchi alla “libertà di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” o alla libertà personale o al diritto di associazione o all’istruzione hanno un loro filo conduttore. Che porta necessariamente ad attaccare un altro dei principi costituzionali fondamentali: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura” (art. 9). L’art. 33 precisa che l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La cultura, la conoscenza, l’informazione sono in sostanza il terreno di scontro principale delle guerre culturali in corso. Non solo dal punto di vista del potere e delle proprietà ma soprattutto da quello dei contenuti e dei linguaggi. La politica della destra sembra rispondere a una doppia strategia: una volontà di appropriazione e una pulsione di distruzione, come se si trattasse di un campo nemico.
Chi si oppone troppo a queste logiche viene “avvertito”, come è successo a Sigfrido Ranucci. E quanto è avvenuto al Sole24ore nei giorni scorsi conferma la scarsa salute del diritto all’informazione, ma la reazione dei giornalisti potrebbe farci intravedere un lumicino in fondo al tunnel.
Nel mio campo – la produzione culturale intesa come spettacolo dal vivo e cinema – è immediato richiamare le nomine scandalose nei posti direttivi di importanti teatri di personaggi tanto incompetenti quanto asserviti al potere. L’ultima in ordine temporale è quella di Beatrice Venezi al Teatro La Fenice di Venezia, raccomandata direttamente dalla sua grande amica Giorgia Meloni. È stata scelta una persona non per le sue doti artistiche, ma perfettamente adatta all’obiettivo di trasformare la cultura in intrattenimento e puntare, attraverso la sua fama e il seguito sui social (!), al turismo di massa piuttosto che all’accrescimento del valore culturale del territorio.
E’ di questi giorni la bozza di riforma delle Fondazioni lirico-sinfoniche che prevede un accentramento decisionale nelle mani dell’esecutivo, e dispone che l’indirizzo artistico vada nella direzione della “valorizzazione delle grandi opere della tradizione italiana”. Chi segue da vicino la vicenda ha già capito, inoltre, che i gala e le serate per gli sponsor diventeranno il core business dei teatri.
Ricordiamo anche la nomina del figlio di Ignazio La Russa nel Cda del Piccolo Teatro di Milano – teatro nato dall’antifascismo – che parla da sola. Il suo insediamento, quasi due anni fa, ha innegabilmente contribuito a un cambiamento nella postura del prestigioso teatro milanese.
L’immobilità e il silenzio assordante di tante istituzioni culturali non sono legati esclusivamente alla dinamica dell’appropriazione, ma forse ancor più a quella che abbiamo definito “dinamica della distruzione”: i continui tagli ai finanziamenti pubblici, che servono al settore dello spettacolo dal vivo e del cine-audiovisivo per poter stare in piedi, sono lo strumento più efficace per produrre una auto-censura perfettamente funzionante. Meglio non disturbare, non offendere, non dare fastidio.
Il decreto che, ad agosto, ha disposto i finanziamenti del Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo (Fnsv) ha fatto emergere plasticamente come i criteri per gli aiuti pubblici abbiano premiato le dinamiche commerciali e quantitative, a dispetto di quelle qualitative e innovative.
Con la manovra di bilancio per il 2026 il settore cine-audiovisivo subirà un taglio ai finanziamenti del 30% e per gli anni successivi del 35%. Tutto ciò in un contesto nel quale da anni denunciamo la drammatica situazione di precarietà e di mancanza di tutele per lavoratrici e lavoratori della produzione culturale.
La riforma che avrebbe dovuto rafforzare e adeguare le misure per garantire sicurezza sociale costante è da anni in attesa di attuazione. Nonostante il buon risultato raggiunto con la legge delega di agosto 2022, con il successivo governo Meloni i decreti attuativi sono rimasti bloccati, salvo quello sull’indennità di discontinuità che ha totalmente distorto la natura di quella importante misura di sostegno, presente in tanti paesi europei.
I Ccnl dei settori dello spettacolo dal vivo e del cine audiovisivo (una quindicina di contratti!) hanno un periodo di vacanza contrattuale mediamente a due cifre. Per i lavoratori e le lavoratrici del settore i soldi non ci sono. Del resto, in un contesto di economia di guerra e di corsa al riarmo i soldi devono andare altrove, alla faccia dell’art 11 della Costituzione.
