
Se ti ammali è colpa tua e si può fare a meno di te. La storia di Rosaria Ferro è quella del lavoro ai giorni nostri, non un diritto ma una conquista ottenuta con tanto sudore, che può svanire in un attimo. Non c’è niente da fare, ci sono lavoratori di serie A e lavoratori di serie B, come se la dimensione fosse quella dello sport invece che quella del primo articolo della nostra Costituzione repubblicana.
Nella categoria inferiore giocano gli interinali, che oggi si chiamano somministrati, forza lavoro che viene ‘prestata’ a questa o quella azienda che ne ha bisogno, e che possono essere mandati a casa in ogni momento, anche se, come nel caso di Rosaria, stanno combattendo contro una grave malattia.
Per quasi quattro anni Ferro ha lavorato alla Recuperator di Rescaldina, a pochi chilometri da Legnano, azienda specializzata nella produzione di scambiatori di calore. La società fa parte da alcuni anni del gruppo Carel, che ha ricevuto dal Corriere della sera e dal portale Statista il riconoscimento Italy’s Best Employers 2026, che premia la qualità dell’ambiente di lavoro, le opportunità di crescita e il benessere dei dipendenti. Evidentemente alla Recuperator se ne sono dimenticati, visto il trattamento riservato a Rosaria.
L’azienda del milanese ha un’ottantina di dipendenti e, come tante altre, utilizza lavoratori in somministrazione. Si tratta del cosiddetto staff leasing, se fossimo in un paese normale li chiameremmo semplicemente lavoratori in affitto. “Sono entrata alla Recuperator nel gennaio 2022, tramite l’agenzia, come operaia – racconta Rosaria – dopo un anno, la direzione aziendale, soddisfatta del mio impegno, chiede di trasformare il rapporto di lavoro a tempo indeterminato”. Tutto bene dunque? Purtroppo no: “Due anni dopo, nel gennaio scorso, scopro di avere un carcinoma al seno”. Un tumore, di quelli che non perdonano se non sono affrontati tempestivamente. “Parlo con il direttore e gli dico cosa mi è successo, che dovrò farmi operare e curarmi. Gentilissimo, mi dice in bocca al lupo”.
Il 13 marzo Rosaria Ferro viene operata, dopo aver lavorato regolarmente fino al giorno prima. “Sono fatta così, inutile fasciarsi la testa prima di rompersela”. Il decorso post operatorio procede bene, Rosaria fa radioterapia e attende notizie dagli esami istologici. Le conclusioni dei medici sono rassicuranti, non dovrà sottoporsi a una massiccia chemioterapia ma solo a quella che lei chiama “chemio bianca”. “Una pasticca ogni giorno, per almeno cinque anni”. L’azienda è sempre informata dell’andamento delle cure, e viste le buone condizioni, finita la convalescenza l’operaia torna al suo posto di lavoro. L’Inps sostiene Rosaria, certificando che il suo orario di lavoro sarà di sei ore al giorno invece delle otto consuete. “Sono in produzione e faccio un lavoro tosto, ma non mi sono mai tirata indietro né mai lo farò. Usiamo trapani, martelli, spostiamo barre pesanti. Se non temessero delle conseguenze, potrebbero confermarlo tutte le mie colleghe. Non mi sono messa in un angolino dopo il cancro, ed ho fatto la visita con il medico del lavoro che mi ha ritenuta idonea alla produzione. Avrei potuto restare ancora qualche mese a casa, ma non l’ho fatto”.
Arriva l’estate, e con l’estate le ferie. Poi improvvisamente la doccia fredda. “Il 12 settembre mi chiama l’agenzia e mi comunica che la Recuperator ha deciso di concludere la mia ‘missione’”. A 55 anni, separata e quindi capofamiglia, con due figli, di cui uno diciottenne che vive ancora con lei, la malata oncologica Rosaria si sente mancare la terra sotto i piedi. “Lavoro da quando avevo 14 anni, sono sempre stata ‘in produzione’, ho pulito stanze di alberghi, scale di condomini, ho fatto anche la barista. Non sono mai stata con le mani in mano, so bene quanto sia importante lo stipendio in fondo al mese. Eppure ci sono comportamenti più bestiali del cancro che mi hanno tolto. Finisci a terra e invece di darti una mano ti passano sopra”.
Rosaria non capisce perché la ‘missione’ nella fabbrica di scambiatori di calore sia improvvisamente finita. La direzione aziendale si giustifica parlando genericamente di un calo delle commesse. Ma in quegli stessi giorni la Recuperator assume tre nuove lavoratrici e tre nuovi lavoratori.
Se Rosaria fosse stata una dipendente diretta e non una somministrata ‘in missione’, la brutta storia che stiamo raccontando non sarebbe esistita. Questo fa capire la differenza fra i lavoratori di serie A e quelli di serie B, i somministrati appunto. Le statistiche raccontano che lo scorso anno erano 78.788 nelle sole provincie di Milano e Monza-Brianza (dati Ebitemp), lavoratori usa e getta, che potrebbero trovarsi nelle stesse condizioni di Rosaria Ferro. E ci vuole sempre un gran coraggio per denunciare queste ingiustizie. “Del resto di cognome faccio Ferro, evidentemente ho le caratteristiche del minerale”, sorride l’operaia. E ora? C’è sempre la speranza di un domani migliore. “Il mio sogno? Magari qualche azienda legge la mia storia e decide di mettermi alla prova, con un lavoro migliore e meno pesante”.
