Le inchieste della procura di Milano fanno emergere paghe da 2,75 l’ora. E nel distretto tessile di Prato, il più grande d’Europa, ci sono miriadi di fabbrichette e laboratori che si reggono sul lavoro nero o grigio di immigrati asiatici e africani ricattati dalla legge Bossi-Fini, che per conservare il permesso di soggiorno sono, volenti o nolenti, obbligati a produrre borse e abiti con paghe orarie ridicole. Borse e abiti che ai vertici della filiera sono poi venduti a prezzi stellari nelle boutique delle grandi griffe della moda. Ma invece di combattere lo sfruttamento facendo applicare le leggi che pure esistono, come la 231/2001, e soprattutto controlli adeguati, il governo Meloni cerca di cancellare la responsabilità delle imprese committenti sulle irregolarità che punteggiano la filiera.

Un emendamento di Fratelli d’Italia all’interno del disegno di legge sulle piccole e medie imprese, già approvato in prima lettura al Senato e in attesa del voto della Camera, invece di garantire il rispetto delle regole, e il buon nome del “made in Italy”, di fatto mette al riparo le griffe delle moda dalle inchieste della magistratura, e le assolve dalle responsabilità sulle eventuali condotte scorrette delle aziende subappaltatrici.

“Un fatto gravissimo”, denuncia Alessandro Genovesi, responsabile Contrattazione inclusiva, appalti e lotta al lavoro nero della Cgil nazionale: “Mentre il sindacato chiede criteri di verifica sui rapporti tra quantità prodotta e numero minimo di lavoratori, sull’applicazione dei contratti collettivi e sulla limitazione dei livelli di subappalto – tira le somme Genovesi – il governo procede in direzione opposta, mettendo a rischio anni di lotte sindacali e presidi di legalità conquistati, nel tempo, nella filiera della moda”. Insomma, invece di combattere sfruttamento e caporalato, si mettono al riparo i padroni dalle denunce di lavoratori e sindacati, e dalle indagini della magistratura.