
La trattativa per il rinnovo del contratto nazionale dei cartai e cartotecnici era cominciata con una domanda surreale di Assocarta: “Come possiamo rendere il settore più attrattivo per i giovani?”. La risposta, in teoria, sarebbe semplice: salari dignitosi, lavoro meno pesante, prospettive di crescita professionale reale. Ma dopo dieci mesi di incontri e rinvii, la controparte ha dimostrato di non voler capire – o meglio, di voler ignorare – che non si può attrarre nessuno con paghe che non tengono il passo del carovita a fronte di un lavoro a turni pesante.
Le trattative duravano da più di dieci mesi, ma la proposta economica è arrivata solo alla fine, come una beffa: 216 euro complessivi, che si riducono a 190 euro effettivi sui minimi tabellari, spalmati su tre anni. In pratica, meno di quanto serve per recuperare l’inflazione degli ultimi due. Più qualche euro sulla previdenza integrativa, sulla sanità integrativa (ma senza certezze di aumento delle prestazioni questo è un aumento per le assicurazioni, non per il lavoratore) e un aumento dell’1% sulla maggiorazione per il lavoro notturno. Una cifra lontanissima dai 311 euro che servirebbero a recuperare davvero l’inflazione. Altro che rilancio del settore: qui si tratta di sopravvivenza salariale.
Eppure, Assocarta si chiedeva perché non riesce più a trovare personale. Forse perché nessuno vuole spaccarsi la schiena a turni, di notte o nei week end, per stipendi che ogni giorno perdono potere d’acquisto. Forse per questo le nuove generazioni, che in fabbrica dovranno rimanerci fino a 69 anni, capiscono bene che senza diritti e senza salario non c’è futuro in questo settore.
Mentre Confindustria Carta giocava a tirare per le lunghe con il tema della nuova classificazione professionale, la trattativa si è impantanata per mesi. Un nuovo sistema di inquadramento, in teoria utile a modernizzare il contratto, ma nella pratica pieno di discrezionalità aziendale, con il rischio concreto che le professionalità dei lavoratori vengano valutate non in base alle competenze ma alla disponibilità, alla simpatia del capo. Per questo Slc Cgil, Uilcom e Ugl Chimici hanno chiesto che il nuovo modello venga prima sperimentato e poi, solo dopo una verifica reale, reso operativo.
Come se non bastasse, Confindustria ha pensato bene di aggiungere due perle inaccettabili: allungare il periodo di preavviso per le dimissioni, perché evidentemente si sono accorti che sempre più persone fuggono da queste fabbriche appena possono, e limitare i permessi della legge 104, come se la cura dei propri familiari fosse un abuso e non un diritto. Proposte irricevibili, respinte senza esitazioni.
Quando la misura è colma, si rompe. Così Slc Cgil, Uilcom e Ugl Chimici hanno deciso di proclamare lo stato di agitazione e interrompere le trattative, mentre la Cisl ha preferito restare al tavolo. Ma che senso ha parlare di “responsabilità” se la responsabilità viene usata come scudo per accettare un rinnovo che non recupera nemmeno l’inflazione?
È ora di dire basta all’ipocrisia di chi si lamenta dei bassi salari italiani, ma poi al rinnovo contrattuale si accontenta di aumenti che valgono meno del pane che costa ogni giorno di più. Tenendo conto anche che, di quei pochi euro di aumento, una parte se li riprende lo Stato con il fiscal drag, che erode il potere d’acquisto degli aumenti. Un circolo vizioso che lascia tutto com’è: i lavoratori poveri e le aziende contente.
Ma non stiamo parlando di un settore in crisi: le cartiere e gli imballaggi in cartone producono, non sono in crisi e fanno utili. I bilanci non raccontano lacrime e sangue, ma un settore che resiste alle instabilità dei mercati. Eppure i lavoratori dovrebbero accontentarsi di un aumento che nemmeno sfiora la dignità.
Rompere la trattativa non è stato un gesto impulsivo: è stata una scelta di dignità e coerenza. Perché non si possono chiedere sacrifici infiniti a chi lavora spesso a ciclo continuo, di notte e nei festivi, e poi negargli il giusto riconoscimento economico. Perché non si può modernizzare un contratto togliendo diritti e libertà. E perché la contrattazione non è un esercizio di galateo, ma una forma di lotta di classe.
Oggi la partita non è chiusa: la mobilitazione è aperta, e lo resterà finché non arriveranno risposte vere. Non vogliamo promesse ma aumenti veri. Vogliamo che il contratto nazionale torni ad essere uno strumento di giustizia, non un compromesso al ribasso. Perché i cartai e i cartotecnici non chiedono privilegi: chiedono rispetto. E finché non lo otterranno, continueranno a far sentire la propria voce. Nelle fabbriche, nelle assemblee, nelle piazze. Perché la carta si piega, la dignità no.
