Prova ulteriore di quanto pervasiva (e persuasiva) sia la propaganda trumpiana sono le reazioni all’assegnazione del premio Nobel per la Pace a María Corina Machado, figura di estrema destra venezuelana, sostenitrice delle politiche di Trump e Netanyahu, tutt’altro che paladina della pace.

Nella provincialissima Italia anche persone insospettabili hanno salutato con favore la decisione del Comitato di Oslo – nel quale almeno due dei cinque componenti sono dichiaratamente di destra, antieuropeisti, e una paladina anti-aborto – per il solo fatto che non sia stato attribuito al tycoon.

A “sinistra” non ci si è nemmeno presi la briga di scorrere il curriculum della premiata, né di andare a vedere le mire trumpiane in America Latina. In realtà la decisione sa molto di gesto politico utile a compiacere Trump nello scontro con il Venezuela. In Veneto si direbbe “peso el tacon del sbrego” (“peggio il rammendo, dello strappo”). Gli Stati Uniti di Trump, infatti, stanno svolgendo attacchi militari contro obiettivi venezuelani, secondo loro legati al narcotraffico, con il sostegno entusiasta della nuova Nobel.

Discendente di un’antica famiglia aristocratica, Machado si è distinta negli anni per le reiterate invocazioni a un intervento militare contro il governo di Caracas. Nel 2023 – pur essendo ineleggibile – ha vinto a valanga le primarie dell’opposizione presentandosi come la “lady di ferro” del Venezuela, con un programma di privatizzazioni e smantellamento degli interventi sociali, sulla scia di Milei e delle destre mondiali, riunite in Spagna dai neofascisti di Vox, con cui Giorgia Meloni intrattiene fraterne relazioni.

Chiunque conosca ideali e comportamenti di Machado sa che non c’è nulla di pacifico nella sua politica. E’ il volto sorridente del “cambio di regime” di Washington, la portavoce di sanzioni, privatizzazioni e interventi stranieri. La sua politica è intrisa di violenza. Ha chiesto un intervento persino a Netanyahu per “liberare” il Venezuela.

Già nel 2002 Machado contribuì al colpo di Stato che rovesciò per pochi giorni il presidente Chavez, eletto democraticamente, e firmò il “decreto Carmona” che cancellava la Costituzione e scioglieva ogni istituzione democratica. Fu uno degli artefici politici della campagna di opposizione del 2014 imperniata su un’escalation di proteste, tra cui le tattiche “guarimba”: non si trattava di proteste pacifiche ma di barricate organizzate che bloccavano le strade con rifiuti in fiamme e filo spinato; autobus carichi di lavoratori furono incendiati e persone sospettate di “chavismo” picchiate o uccise. Furono attaccati persino ambulanze e medici.

Oggi Machado elogia l’azione di Trump che imprigiona i bambini migranti, e promette, una volta insediata al potere al posto di Maduro, di aprire l’ambasciata venezuelana a Gerusalemme. Nel frattempo la flotta americana è davanti alle coste del Venezuela e il 6 ottobre scorso Trump ha ordinato la cessazione di ogni colloquio diplomatico, dopo che il suo inviato speciale, Richard Grenell, aveva ottenuto importanti risultati per gli Usa sul piano commerciale e dello sfruttamento petrolifero.

La decisione segue molteplici attacchi missilistici statunitensi contro imbarcazioni nel Mar dei Caraibi, secondo Washington mirate ai narcotrafficanti. Gli attacchi aerei sono iniziati il 2 settembre, quando 11 pescatori furono uccisi in un attacco missilistico al largo delle coste venezuelane. Al 10 ottobre le vittime erano almeno 21.

Il presidente colombiano Petro ha annunciato che un’imbarcazione bombardata era colombiana, accusando Trump di aver aperto uno “scenario di guerra” nella regione. “Questa non è una guerra contro il contrabbando – ha detto Petro – è una guerra per il petrolio e deve essere fermata dal mondo”.

Gli Usa hanno schierato nelle acque dei Caraibi almeno otto navi da guerra, un sottomarino a propulsione nucleare, diversi aerei e 4mila militari, oltre a caccia F35 a Porto Rico. Caracas ha tentato di aprire un dialogo con l’inviato speciale Grenell, ed ha chiesto l’intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Difficile non vedere nel premio Nobel all’estremista di destra Machado un segnale a favore dell’escalation militare Usa contro il Venezuela. E non a caso la guerra in Ucraina, quelle in Medio Oriente e quelle minacciate in America Latina, concentrate proprio sul Venezuela, paese con risorse petrolifere tra le più grandi al mondo, riguardano equilibri commerciali e di potere che attengono direttamente al greggio da fracking statunitense. Nella lotta per l’egemonia mondiale l’energia fossile svolge un ruolo determinante. E va anche ricordato che la stessa Norvegia vive in gran parte sullo sfruttamento delle risorse petrolifere nel Mare del Nord.

Il Nobel a Machado appare chiaramente nel segno della geopolitica e non ha nulla a che fare con la pace. Per noi pacifisti il premio per la Pace va alla popolazione di Gaza, ai suoi medici e giornalisti, e, per concreti processi di disarmo e di dialogo, a illegittimamente detenuti di lungo corso come Marwan Barghuthi e Abdullah Öcalan.

13 ottobre 2025)