
“Io sono figlio di un soldato americano nero e di una donna napoletana. Non sapevo chi fossi, poi ho capito: sono entrambi. Sono il suono di due mondi. Mi chiamavano ‘O Nir, e pensavano fosse un insulto. Io l’ho trasformato in orgoglio, in ritmo, in vita, essere nero, per me, è portare dentro una storia di dolore e di luce. Io sono un nero napoletano. E questo non è un problema: e la mia verità. E’ sapere che la mia pelle parla, anche quando sto zitto. Io sono un napoletano nero. Sono figlio del sangue e del mare”.
L’autore di queste parole, il napoletano nero è, anzi era, James Senese uno dei tanti napoletani neri, figli della guerra e della “liberazione” da parte delle truppe alleate. La loro storia è stata raccontata in maniera esemplare sia dalla Nuova compagnia di canto popolare in ‘Tamurriata nera’ – “E signurine e Caporichino fanno ammore cu’ e marucchine, e marucchine se vottano e lanze, e signurine cu e panze annanze” – sia da Curzio Malaparte nel libro ‘La pelle’. Due maniere diverse di raccontare la storia di quel finale della seconda guerra mondiale.
Chi, come me, ha scoperto James Senese negli anni ‘70, sa che il suo sax ha accompagnato lo scorrere degli anni senza mai cambiare stile e impegno. Ascoltarlo dal vivo era sempre un piacere non solo per la mente, ma anche per lo spirito e per la coscienza. Di classe. A chi invece lo ha scoperto solo nel momento in cui sui social e sui giornali si piangeva la sua scomparsa e si è chiesto chi fosse, mi è stato dato il privilegio di spiegarlo.
James Senese è stato uno dei musicisti italiani più influenti e coerenti, un’autentica leggenda e uno dei padri del cosiddetto “Napolitan Power”. Il suo stile è un amalgama potente e inconfondibile di generi, radicato nella sua identità di “ nero napoletano”.
La sua musica
Jazz-Funk: la sua cifra stilistica principale, sviluppata con i leggendari Napoli Centrale negli anni ‘70 insieme a Franco Del Prete. Un genere che ha portato in Italia con una forte connotazione popolare.
Blues e Soul: influenze assorbite sin da ragazzo grazie ai dischi dei soldati americani che hanno plasmato la sua vocalità “ nera e trascinante” e il suo modo di suonare il sax.
Tradizione partenopea: il dialetto napoletano nei testi e le atmosfere mediterranee si fondono con i ritmi afroamericani, creando un sound unico che “ raccontano Napoli meglio di mille parole: graffiante, malinconico, rabbioso”.
Il sax: il suo sassofono, in particolare il sax tenore, è la sua voce inconfondibile. Il suono è potente, espressivo, sempre protagonista assoluto, spesso accostato per virtuosismo e passione a un grande del Jazz, John Coltrane.
La sua carriera, spazia dagli Showmen (anni ‘60) alla fondamentale collaborazione con Pino Daniele, che è una sua scoperta, (soprattutto nel capolavoro ‘Nero a metà’), fino alla carriera solista, sempre caratterizzata da coerenza e assenza di compromessi con le mode del momento.
Per James Senese la musica non è mai stata solo intrattenimento, ma il suo sax e i testi delle sue canzoni erano una dichiarazione di coscienza di classe, di identità e lotta per la libertà e l’uguaglianza.
L’impegno sociale
Lotta contro il razzismo e la discriminazione: da “nero napulitano” ha vissuto in prima persona l’esperienza della discriminazione e della marginalità sociale. La sua identità rivendicata con orgoglio è stata la radice del suo messaggio.
Musica come strumento sociale: con i testi in dialetto napoletano e il suo sound, Senese ha utilizzato la musica per combattere le diseguaglianze e le ingiustizie. Il suo “Napolitan Power” è diventato un inno generazionale che fondeva la protesta sociale con la melodia popolare.
Voce dei Margini: con i Napoli Centrale negli anni ‘70 ha dato voce e suono a coloro che vivevano ai margini delle grandi città del sud Italia. Brani come ‘Campagna’ (una volta ascoltata non riesci a scordare il suo inno alla terra e a chi la lavora) e ‘A gente e Bucciano’ raccontavano il disagio e la dignità del sud e dei non allineati.
La sua collaborazione con un altro cantore del sud, napoletano e sassofonista come lui, Enzo Avitabile, ha amplificato il grido contro le ingiustizie, in difesa degli ultimi.
Cantori della rabbia delle periferie
Simbolo di libertà e diversità: il suo percorso artistico è stato definito una “missione musicale” e lui stesso è stato considerato un simbolo di integrazione e un ambasciatore della “Napoli meticcia, inquieta, orgogliosa”. Il suo lavoro è stato definito una “musica come voce di libertà e di impegno sociale” e “di educazione ai diritti umani” per la sua forza nel credere nella diversità come radice della convivenza. Insomma il suo essere “figlio della guerra”, nero in un’Italia bianca, è diventato la sua forza e il motore della sua arte.
Addio James, ci mancherai.
