
èstato firmato in via definitiva il Ccnl 2022-24 per oltre 581mila lavoratori della sanità pubblica, sottoscritto da tutte le sigle sindacali tranne Fp Cgil e Fpl Uil. Già la pre-intesa a giugno aveva sollevato voci di protesta, e l’attuale conclusione rivela ancora una volta come l’efficienza del Ssn pubblico non rientri tra le priorità della maggioranza di governo.
A gravare su centinaia di migliaia di famiglie è soprattutto l’impoverimento dei salari, insufficienti rispetto all’aumento del costo della vita – che in questi anni ha toccato il +16% – con modesti aumenti che finora hanno recuperato solo il 5,7%. Numeri che si traducono in concrete difficoltà economiche per chi vuole vedere valorizzata la propria professione e per le famiglie che devono fare la spesa, pagare le bollette e i libri di scuola ai figli.
Fp e Fpl ribadiscono con forza che con questi stipendi non si può rimanere: rispetto al mese precedente i tabellari fissi prevedono un aumento in busta paga di 35-50 euro lordi. Inutile sbandierare un “aumento medio di 172 euro”, perché questa cifra tiene conto anche del salario accessorio medio, e dato che l’aumento di indennità per i pronto soccorso, pur meritatissima, è riservata ad una piccolissima percentuale del personale, tra perdita di potere d’acquisto e aumento della tassazione attraverso il meccanismo del fiscal drag i lavoratori sono sempre più poveri.
Questo senza tenere conto del recupero per gli anni scorsi che i lavoratori non si vedranno versare in busta paga: arretrati sono previsti solo per il 2024, per gli anni 2022 e 2023 ci si farà bastare la piccola percentuale percepita da quando il contratto è scaduto; forse qualcuno reputerà una vittoria farsi erogare quelli del 2025.
Assieme alla questione salariale, emergono altre aree che non vanno nella giusta direzione. Invece di valorizzare l’infermiere e l’operatore socio sanitario, hanno creato e introdotto una figura intermedia chiamata “assistente infermiere” che dovrebbe “collaborare con gli infermieri” e “assicurare le attività sanitarie”, oltre a svolgere le attività proprie del profilo Oss. Una professione non sufficientemente definita, che non si capisce come si debba configurare. Deve aiutare gli infermieri nei compiti assistenziali? Si va nella direzione della diminuzione della professionalità dell’Oss che già lo supporta. Deve sostituirsi agli infermieri in alcune attività? E siamo certi che un corso regionale possa bastare, dato che la figura infermieristica prevede un percorso di laurea di tre anni, con centinaia di ore di tirocinio, esami teorici e pratici, e il superamento dell’esame di Stato? Non corriamo il rischio che si delineino situazioni in cui la qualità dell’assistenza e la sicurezza vadano calando?
Salari bassi e risorse insufficienti, in uno scenario catastrofico in cui le professioni sanitarie già hanno iniziato a perdere fascino ed entra meno personale (calo di iscritti alle università), mentre da qui al 2030 ne uscirà tantissimo (66.670 pensionamenti solo tra gli infermieri), con conseguenti carichi di lavoro aumentati e peggiori condizioni di lavoro.
Ma anche con carichi di lavoro aumentati, l’unico modo che hanno i lavoratori per portare a casa un salario dignitoso è l’orario aggiuntivo: al netto di un’indennità di esclusività che non si vede riconosciuta, da una parte si mascherano gli esigui aumenti come una conquista, dall’altra si dà di più solo a chi lavora di più, spingendo il personale già allo stremo per ferie non godute, mancati riposi, rischio aggressioni ad aumentare ‘volontariamente’ l’orario di lavoro, incorrendo anche in problemi di sicurezza legati alla stanchezza fisica e mentale.
Qui si distingue qual è il sindacato che sta dalla parte dei lavoratori, riempie le piazze, reclama diritti ed è pronto a dichiarare lo sciopero. Qual è il sindacato che persegue un contratto giusto, e, di fronte all’attuale stato irrisorio delle proposte dell’Aran (cioè del governo) non può far altro che respingere un contratto che ci impoverisce. Ribadendo che, se il problema della legge di bilancio sono le entrate, allora bisogna fare due cose: andare a prendere i soldi dove ci sono, e smettere di grattare il fondo delle tasche di chi ne ha meno.
C’è poi lo schiaffo ai pensionati: con la legge di bilancio dell’anno scorso, il governo Meloni ha introdotto un taglio alla quota retributiva delle pensioni dei dipendenti pubblici con meno di 15 anni di contributi al 31 dicembre 1995: una misura retroattiva che interviene sull’importo delle pensioni future, in violazione dei principi di certezza del diritto per posizioni contributive già maturate. Un altro mattone che si aggiunge sulla schiena dei dipendenti pubblici.
Uno stato delle cose inaccettabile di fronte a una legge di bilancio che investe in armamenti e impoverisce la sanità. Chi concorda con il governo, parla di prospettive migliori. Se si tratta della riduzione dell’aliquota Irpef dal 35% al 33% sui redditi dai 28mila ai 50mila euro e la detassazione degli arretrati percepiti nel 2026 solo per i redditi fino a 28mila euro, stiamo freschi.
