
Esistevano spazi che erano solo delle donne e in questi spazi è nato il femminismo. Spazi fisici e interiori di condivisione, erano ciò che la Woolf chiamava “Stanza tutta per sé” e finalmente diventava “per noi”. Un cammino lungo ottant’anni ma nato dall’incontro di molte strade, perché non solo oggi possiamo parlare di “femminismi”. La nostra storia dimostra che i punti di vista sono sempre stati molteplici quanti le svariate condizioni di vita, ma volti ad un unico grande scopo: l’affermazione del soggetto donna in quanto tale, capace di definirsi e non di lasciarsi definire, libero di autodeterminare la propria presenza in ogni tipo di società e comunità, compresa la famiglia, compresa la coppia.
Così ai differenti punti di partenza, quello delle donne benestanti e colte per il suffragio o per l’accesso alle professioni, e quello delle lotte operaie per le assunzioni, il salario e le condizioni di lavoro, la Costituente e le sue 21 Madri diedero unità. In quel contesto e in quegli anni nacque l’Unione Donne Italiane, ribattezzata in tempi recenti Unione Donne in Italia. Questa organizzazione, nata allora in seno al Partito Comunista Italiano, iniziò a pensare e incidere sulla vita del Paese, ad essere determinante nell’ottenere, non senza difficoltà, le più grandi leggi sulla parità nei decenni successivi.
Io non c’ero, non so se il Partito Comunista di allora ebbe contezza della preziosità e della necessità del separatismo, una pratica osteggiata ancora oggi. Come tutti i processi sociali il femminismo ha un metodo ed è il partire da sé: partire dal proprio vissuto, metterlo in comune, discuterne con chi è simile e lo interpreta con lo stesso sentire, individuare delle categorie per interpretarlo e farne pensiero politico, programmatico, declinarlo all’interno della metamorfosi sociale proprio come elemento trasformativo.
Questo dette la possibilità di lottare per l’accesso alle professioni, ultima la magistratura, per l’abolizione del delitto d’onore, per un nuovo diritto di famiglia a partire dal divorzio, contro lo sfruttamento del corpo femminile, per la dignità della persona sulla tematica dello stupro. E se grandi conquiste sono avvenute, non dimentichiamoci che troppe restano da raggiungere, che se la parità non ha ostativi di legge, non è sufficiente la declinazione per l’ottenimento dell’equità di fatto, che esiste uno sbandamento preoccupante nella visione di parità, troppo spesso concepita come un livellamento allo standard maschile (vedi le donne soldato) e non innalzamento del parametro della Differenza (uomini obiettori).
Ma proprio oggi, epoca in cui la frammentazione indebolisce ogni movimento sociale, che non conosce più il metodo della sintesi per fare democrazia ma il predominio del più forte, è tanto più necessaria la presenza e l’azione dell’Udi: un’associazione che è stata in grado di ripensarsi negli anni, di sopravvivere alla chiusura del partito di origine e capace di emanciparsi, di prescindere da strutture altre e di portare avanti in autonomia la propria visione. Dentro la storia essendone una tappa, passando da nonne a madri a figlie di un pensiero che ha bisogno di profondità, questo la differenzia dai movimenti, pur necessari e lodevoli, che nascono in questo secolo e si dotano di altri metodi.
Così le militanti dell’Udi strutturano tutt’ora le proprie posizioni su un diritto di famiglia che nasconde nell’invenzione della ‘Sindrome da alienazione parentale’ le nuove insidie misogine, sull’emergere di nuove sfumature e percezioni nel legame tra il genere e il corpo da portare avanti tutte e tutti insieme nella valorizzazione e tutela degli specifici tratti, sulle nuove frontiere di sfruttamento e monetizzazione del corpo femminile non solo nel mercato del sesso, ma anche circa la procreazione, sul contrasto alla violenza che sembra mutare forma, ma resta sempre la stessa.
Ciò che cambia è la nostra capacità di riconoscerla e darle un nome, ma la possibilità di trovare porte aperte è sempre ostacolata: c’erano i consultori, non ci sono più, i centri anti-violenza sono sempre più sottofinanziati e in difficoltà, la possibilità di interrompere una gravidanza è ancora più in salita, la precarietà dei contratti, che sembra argomento scorporato, non lo è nel momento in cui la violenza si fa anche economica, anche psicologica, persino ostetrica e sanitaria.
E allora eccoci, pronte per altri ottant’anni e oltre di cammino, come recita uno dei nostri storici manifesti: “Mai state zitte, mai stare zitte”.
