
Il lavoro, la città e la cultura contro la lottizzazione della destra.
Venezia lo scorso 10 novembre ha risposto con la musica, con la passione e con la dignità del lavoro. Dalla stazione di Santa Lucia fino a Campo San Fantin, la città si è trasformata in un teatro a cielo aperto. Le calli hanno risuonato delle note di Monteverdi e di Vivaldi, suonate dagli orchestrali della Fenice insieme a centinaia di colleghi arrivati da tutta Italia, in una manifestazione che resterà nella memoria della città e di tutto il mondo dello spettacolo.
In testa al corteo, uno striscione semplice e potente: “La Fenice non si vende, si rispetta e si difende”. Dietro, bandiere della Cgil, della Fials, della Cisl, dell’Usb, accanto ai cartelli dei teatri gemelli: Scala, Regio, Comunale, Arena, Verdi. Mille persone, forse di più, a dire con forza che la cultura non è un feudo politico né un palcoscenico per carriere costruite sui talk show. È lavoro, competenza, sacrificio.
La protesta contro la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale della Fenice non nasce da un rifiuto personale, ma da un principio di merito e di democrazia. La nomina è stata imposta dall’alto, senza confronto con chi ogni giorno fa vivere il teatro. Una decisione che calpesta la professionalità dei lavoratori e rivela una visione proprietaria e padronale della cultura. È il riflesso di una destra che occupa, impone, decide dall’alto e considera i luoghi della produzione culturale come strumenti di propaganda e vetrine di consenso.
Questa volta però la città ha detto No. Venezia si è riconosciuta nella protesta dei lavoratori, l’ha fatta propria. Dalle calli, dai balconi, dai negozi, dai ponti: applausi, incoraggiamenti, cartelli scritti a mano. Perfino i commercianti sono usciti dalle botteghe per applaudire il passaggio del corteo. Nei bar, i clienti si sono alzati per filmare e salutare gli orchestrali. Alcuni ristoratori hanno esposto cartelli con scritto: “La Fenice è di chi la fa vivere”. Una solidarietà spontanea, sincera, che ha attraversato la città come una corrente calda in un giorno d’autunno.
Gli abbonati storici del teatro hanno sfilato accanto ai tecnici e agli orchestrali, i docenti del Conservatorio Benedetto Marcello hanno suonato e marciato con loro. Dai lavoratori ai pensionati, dagli artisti agli studenti, un popolo intero si è riconosciuto dietro quel messaggio di dignità. È nata un’alleanza vera, popolare, tra chi lavora, chi crea e chi ama la musica.
Per la prima volta dopo anni, la Fenice si è mostrata nella sua forma più autentica: una comunità di lavoro. Orchestra, coro, macchinisti, elettricisti, sarti, tecnici, personale amministrativo: un corpo unico, consapevole che la dignità del teatro si difende solo restando uniti. È questa l’immagine più potente lasciata dal corteo: la saldatura tra le mani che costruiscono la bellezza e quelle che la rendono possibile.
La nomina della nuova direttrice musicale, condotta in fretta e senza ascolto, ha violato una regola non scritta ma fondamentale: il rispetto di chi con quella figura dovrà lavorare ogni giorno. È un’operazione di potere che ha avuto come unico effetto quello di compattare i lavoratori contro un metodo autoritario e arrogante. Ma anche di risvegliare una coscienza collettiva: quella di un mondo del lavoro che, quando viene attaccato, sa ritrovare la propria voce.
Infatti la manifestazione non è stata solo una protesta: è diventata una lezione di civiltà e di partecipazione. Nessuno slogan urlato, solo musica e parole che parlano di rispetto, trasparenza, libertà. Le note del “Va’ pensiero”, eseguite davanti al teatro, sono risuonate come un inno alla dignità collettiva, un richiamo alle radici migliori del nostro Paese: quelle del lavoro che produce bellezza e non si piega ai diktat del potere.
E’ in risposta al successo di questa manifestazione che poi arrivano le parole del sottosegretario Mazzi. Il sottosegretario propone “verifiche” sulle orchestre italiane. Tradotto: mettere sotto esame chi non si piega alle sue lottizzazioni romane, come abbiamo visto nel caso della Fenice. Sembra la nostalgia di un nuovo Miniculpop, dove qualcuno dall’alto del potere romano decide chi è abbastanza allineato al regime culturale del momento.
Mazzi lamenta che non ci sarebbero orchestre italiane ai vertici mondiali e come esempio di eccellenza cita la Berliner come modello? Bene, allora si informi: alla Berliner Philharmoniker il direttore lo votano gli orchestrali, non i politici come piace a voi. È questo il livello di autonomia e qualità che serve all’Italia, non l’ennesimo tentativo di controllo politico mascherato da “valutazione”.
Le orchestre italiane meritano rispetto, libertà artistica e trasparenza. Non commissariamenti ideologici.
