
Sciopero di lavoratrici e lavoratori il 17 novembre scorso. La mobilitazione continua.
A Rho, alle porte di Milano, la multinazionale tedesca Freudenberg ha annunciato la chiusura dello stabilimento e il licenziamento di 42 lavoratori. Un sito produttivo storico – dove si producono principalmente filtri a cassetta destinati al mercato delle turbomacchine industriali e anche filtri aria per il settore automotive – con professionalità qualificate e una lunga tradizione industriale, cancellato con un freddo comunicato: la produzione si sposterà in Slovacchia e negli Stati Uniti.
La motivazione ufficiale? I dazi imposti dall’amministrazione Trump e la necessità di “ottimizzare i costi”. Dietro la parola “ottimizzazione” si nasconde però l’ennesimo capitolo di una strategia che privilegia il profitto immediato a scapito delle persone, dei territori e della coesione sociale.
I lavoratori della Freudenberg non sono numeri. Sono donne e uomini che per decenni hanno contribuito al valore dell’azienda, costruendo un sapere tecnico e una comunità fatta di dignità e appartenenza. Oggi vengono trattati come un costo da tagliare, mentre i capitali e le produzioni si spostano dove il lavoro costa meno.
La Fillea Cgil di Milano si è attivata da subito a fianco dei lavoratori, definendo la decisione “inaccettabile” e chiedendo il mantenimento della produzione in Italia. Nei precedenti incontri con Assolombarda non sono arrivate risposte positive da parte dell’azienda: la direzione ha confermato la volontà di chiudere lo stabilimento, senza prendere in considerazione reali alternative industriali, rifiutando ogni ipotesi altra rispetto alla chiusura.
La richiesta di attivare la Cassa integrazione guadagni straordinaria per un anno, dal 1° gennaio 2026 al 31 dicembre 2026, è stata avanzata dalla Fillea Cgil di Milano come misura minima per tutelare i lavoratori durante la fase di transizione.
Il caso Freudenberg dimostra quanto la delocalizzazione sia diventata una forma moderna di dumping sociale. Mentre le imprese inseguono incentivi e manodopera a basso costo, lo Stato resta spettatore, privo di strumenti efficaci per difendere il lavoro e contrastare chi delocalizza dopo aver usufruito di contributi pubblici. Eppure, a Rho come in tante altre città, i lavoratori resistono.
Lunedì 17 novembre, alla Freudenberg di Rho, le lavoratrici e i lavoratori hanno proclamato uno sciopero per manifestare la loro indignazione di fronte alla posizione assunta dall’azienda. Una mobilitazione forte e partecipata, perché la realtà è chiara: l’azienda non sta attraversando alcun periodo di crisi. I profitti sono buoni, il fatturato del gruppo è miliardario, e nulla giustifica una scelta così drastica e distruttiva per il territorio e per le famiglie coinvolte. I lavoratori non si arrendono all’idea che la logica del mercato sia l’unica possibile. Chiedono una politica industriale che riporti il lavoro e la produzione al centro delle scelte pubbliche, che premi chi investe in Italia e tutela la qualità del lavoro, non solo i bilanci d’impresa. Perché ogni licenziamento collettivo non è un fatto privato tra azienda e dipendenti, è un atto sociale e politico che interroga tutti. E la risposta non può che partire dal principio che fonda il Paese: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.
