
La tempesta perfetta. Da un lato la riduzione delle commesse dalla Cina, dall’altro i dazi imposti dagli Stati Uniti. Una tenaglia che rischia di soffocare la Lpe di Baranzate, azienda del milanese che produce macchinari utilizzati per realizzare i wafer di silicio, fondamentali per la produzione dei chip. Fabbriche di questo tipo sono rare, eppure la società – passata nel 2022 sotto il controllo del gruppo olandese Asm – ha annunciato una robusta riorganizzazione del sito produttivo lombardo con una forte riduzione del personale, 57 addetti su 134.
“Licenziamento collettivo per tutti i lavoratori in produzione”, osserva amaramente Diego Tartari. La Fiom-Cgil ha già proclamato lo stato di agitazione permanente, chiedendo garanzie sul futuro di Lpe e sul mantenimento dei posti di lavoro. “L’azienda era stata fondata all’inizio degli anni settanta dai fratelli Roberto e Silvio Preti insieme a Piergiovanni Poggi – ricorda Tartari – e nel 2021 era a un passo dall’essere acquistata dal colosso cinese Shenzhen Investment Holding, interessato a rilevarne il 70%”.
L’operazione, però, venne bloccata dal governo Draghi attraverso lo strumento della ‘golden power’, la normativa che consente di tutelare l’interesse nazionale nei settori considerati strategici. Al posto di Shenzhen è arrivata l’anno dopo la multinazionale olandese Asm. “Ma il nostro mercato di riferimento è rimasta la Cina, da dove però sono calate drasticamente le commesse. Produciamo reattori epitassiali, in altre parole dei semiconduttori, siamo una realtà altamente specializzata. Eppure oggi corriamo il rischio di vedere delocalizzata la produzione a Singapore, dove Asm ha degli stabilimenti”.
Ma andiamo con ordine. “Ci avevano detto che eravamo fondamentali, strategici, un fiore all’occhiello – riflette Tartari – in realtà il governo voleva semplicemente impedire l’ingresso di una compagnia cinese. Eppure il 90% del nostro fatturato era dovuto proprio alla Cina. Così siamo finiti nelle mani degli olandesi di Asm, una multinazionale che ha fabbriche ai quattro angoli del pianeta, anche in Oriente”.
All’inizio l’ingresso degli olandesi non provoca scossoni particolari. “Anzi, lavoravamo tantissimo. Addirittura si era reso necessario strutturarci in turni di lavoro, per far fronte agli ordini che arrivavano. C’era stata anche un’impennata delle assunzioni, in pochi mesi i dipendenti dell’Lpe di Baranzate erano saliti a 160, e questo senza contare i somministrati”. Poi però il flusso delle commesse si è progressivamente ridotto. “Inizialmente non ci siamo preoccupati troppo, sappiamo che il nostro mercato ha un andamento sinusoidale, con periodi di picco e altri, diciamo così, stagnanti. Ma alcuni segnali sono stati subito allarmanti, come l’esternalizzazione del magazzino”.
Diego Tartari è entrato in Lpe all’inizio del 2018. “Lavoro qui da quasi otto anni, ma ci sono colleghi che hanno trent’anni di anzianità in azienda. La settimana scorsa abbiamo festeggiato la pensione di un compagno di lavoro che era qui da ben 39 anni”. Tecnici specializzati, di quelli di cui ufficialmente l’Italia ha un gran bisogno. Eppure, come tante produzioni hi-tech, il rischio delle delocalizzazioni è sempre dietro l’angolo, soprattutto quando la testa dell’azienda non è nella penisola.
“L’anno scorso stavamo discutendo per ottenere un contratto integrativo migliore – spiega ancora Tartari – invece a gennaio, come un fulmine a ciel sereno, furono licenziate due colleghe, due ragazze dell’ufficio acquisti. Le chiamarono il venerdì sera, e dissero senza giri di parole che dovevano portare via le loro cose. Un licenziamento in tronco, all’americana. Ci siamo mobilitati per le colleghe, che hanno fatto vertenza. Una era in Lpe da tre anni, l’altra da poco più”.
Come siamo arrivati ai licenziamenti? In due modi: prima un po’ alla volta, e alla fine tutto insieme. “A colpirci è stata la decisione del licenziamento collettivo, noi ci aspettavamo visto il calo delle commesse un periodo di cassa integrazione e l’utilizzo di ammortizzatori sociali”, sottolinea il sindacalista della Fiom. La reazione dei lavoratori non si è fatta attendere e si è tradotta in un piano di rilancio. “Se l’azienda non vuole più produrre reattori, potremmo convertire le nostre lavorazioni e riportare in Lpe processi che nel tempo sono stati esternalizzati. Abbiamo molto materiale in casa, nei nostri magazzini, abbiamo le competenze per utilizzarli, teniamo dentro anche il lavoro. Solo così possiamo evitare che il know-how aziendale se ne vada in giro per il mondo”.
L’ultimo incontro fra l’azienda e le organizzazioni sindacali in Assolombarda non è andato bene: Asm non ha preso in considerazione il piano di rilancio, ed ha lasciato la porta socchiusa soltanto alla possibilità di incentivi all’esodo.
Ma il futuro non è scritto, perché produzioni come quella della Lpe restano essenziali. E, così come nel ‘21 era intervenuto il governo Draghi, oggi dovrebbe intervenire il governo Meloni, che a parole della difesa del made in Italy sta facendo un suo vanto.
