Paolo Treves, Quello che ci ha fatto Mussolini, Futura editrice, pagine 360, 15 euro. 

Milano, 1924. Un rapimento di un uomo politico d’opposizione, poi rivelatosi un omicidio commissionato dal nuovo potente; un ragazzo di 16 anni, figlio di un uomo politico amico del rapito, che improvvisamente scopre la fragilità della vita condotta fino ad allora, e l’inizio del periodo che lo farà diventare maturo in fretta, accanto a suo padre finché sarà possibile, poi seguito in modo asfissiante da poliziotti che controllano lui, il fratello più piccolo, la madre, perché quel padre così odiato dal potente era riuscito a scappare all’estero, dove continuava la sua azione di denuncia, fino a morire nel 1933 dopo aver commemorato – in esilio – il suo amico più giovane, rapito e ucciso, e con il cui rapimento inizia questa storia.

Ecco in due parole il riassunto di “Quello che ci ha fatto Mussolini” di Paolo Treves, riedito da Futura, con due introduzioni di Bruno Trentin e di Andrea Ricciardi, e una breve presentazione del figlio dell’autore.

Qualche spiegazione sulle due introduzioni. Il libro viene scritto da Paolo Treves nel suo esilio inglese: dopo il 1938 un oppositore per giunta ebreo non aveva possibilità di vita in Italia. Quindi il libro esce in inglese, e dopo la Liberazione viene pubblicato per la prima volta in Italia da Einaudi.

Nel 1994 Berlusconi vince le elezioni e conia il mantra “il fascismo ha fatto anche cose buone”, se si eccettuano le leggi razziali e l’alleanza con Hitler. La famiglia Treves (Claudio e la madre Lotte Dann) si rivoltano e ricorrono al libro del loro marito e padre per dimostrare – fatti alla mano – che non c’è mai stato un periodo “buono” del fascismo, che nasce e si connota come forza violenta e sopraffattrice, dagli incendi delle Camere del Lavoro agli assassinii di sindacalisti, capilega cooperativi, avversari politici.

Dopo lungo peregrinare tra case editrici riescono a far ripubblicare il libro con una splendida e acuta introduzione di Bruno Trentin, riprodotta in questa edizione. Allora (1996) Trentin colse il valore “attuale” non tanto dell’esperienza di Paolo Treves durante il fascismo, quanto di quel libro come monito contro il pericolo di una torsione autoritaria della nostra democrazia, se non costantemente vivificata dall’azione dei democratici e degli antifascisti.

Del resto, è proprio Treves, nella prefazione al lettore italiano, scritta – si noti – a guerra di Liberazione ancora in corso, a mettere in guardia contro i tentativi di dimenticare tutto, di far finta che il fascismo fosse già allora morto e sepolto e da dimenticare (“come l’invasione degli Hycksos”, dirà Benedetto Croce).

Ecco, il punto è forse proprio questo: certamente questo è un libro “datato”, racconta – peraltro con una lingua splendida – un passato che per fortuna è davvero tale, ma ricorda quanto fu cieca e incapace di reagire l’area politica e culturale che non era fascista, e che solo pochi anni prima (si pensi alle elezioni del 1919) aveva ricevuto un grande consenso elettorale (socialisti e popolari, nonché i repubblicani). Ebbene, di fronte alla scelta di parte delle classi dominanti di contrastare il “pericolo rosso” anche ricorrendo alla violenza e alla sopraffazione, la gran parte della “borghesia” liberale scelse quello che le sembrò il male minore, cioè il fascismo.

Come giustamente ricorda Andrea Ricciardi nell’introduzione a questa edizione, il primo governo Mussolini ebbe solo quattro ministri fascisti, il resto venne dalle file dei liberali, lo stesso Croce ritardò fino al 1925 la sua professione di antifascista. E durante i giorni del rapimento di Matteotti l’Aventino, la volontaria astensione delle opposizioni dai lavori parlamentari quale forma di protesta, naufragò nella vana attesa di un intervento del re che non venne, e permise così a Mussolini di rivendicare, il 3 gennaio 1925, la paternità dell’omicidio, sfidando il Parlamento di trasformarlo “in un bivacco dei miei manipoli”, nel silenzio dei deputati, interrotto dall’unico grido di Emanuele Modigliani “Viva il Parlamento!”. Una vicenda tragica, che ci ripresenta il tema – drammaticamente attuale – di saper interpretare la realtà nel suo farsi e saperne essere perciò anche i trasformatori.

Se ciò non accade, allora soccorre una qualità che Claudio Treves e i fuoriusciti antifascisti dimostrarono di avere in abbondanza, nonostante le traversie dell’esilio, della povertà e delle divisioni tra le forze politiche – l’intransigenza nei propri ideali – che consentì a quella generazione e a quella successiva (i Paolo Treves) di attraversare il lungo periodo buio della sconfitta, e di ricercare le fondamenta per ricostruire le condizioni per una vittoria sull’oppressione.

L’attualità di questo libro sta appunto in questi due estremi – la sconfitta per incapacità di leggere la realtà, e la forza di “attraversare il deserto” senza piegarsi, perché “il sole sorge ancora”, come disse Paolo Treves dai microfoni di Radio Londra, a indicare che si poteva rialzare la testa.