
Nel suo pensiero, moltitudine, lavoro postfordista e general intellect.
Nel pensiero di Paolo Virno, recentemente scomparso, il nesso tra lavoro postfordista e moltitudine rappresenta il cuore di una trasformazione epocale della sfera politica e produttiva. Le categorie della filosofia classica e della teoria critica (lavoro, azione, intelletto, popolo) vengono radicalmente ripensate alla luce delle mutazioni del capitalismo contemporaneo.
In libri come “L’Idea di mondo” e “Grammatica della moltitudine” il filosofo operaista mostra come la produzione postfordista si fondi sempre più su facoltà generiche della mente: linguaggio, apprendimento, relazione, capacità di innovare. Queste facoltà, diventando la principale forza produttiva, generano una nuova configurazione antropologica e politica. Virno osserva che, nell’epoca del lavoro immateriale, molte attività non danno luogo a un prodotto separabile dal gesto che le genera. Si tratta di ciò che, riprendendo Marx, definisce attività-senza-opera, tipica dei virtuosi (musicisti, oratori, insegnanti) la cui performance si esaurisce nella relazione con il pubblico.
Nel postfordismo ciò che era l’eccezione diviene la norma, infatti l’intera forza-lavoro assume tratti virtuosistici poiché ogni mansione implica capacità comunicative, interazione costante, modulazione della cooperazione sociale. Il lavoro non è più mera esecuzione tecnica ma gestione dell’imprevisto, improvvisazione, uso pubblico dell’intelletto.
Per Virno il general intellect, che Marx concepiva come sapere scientifico incorporato nelle macchine, oggi si presenta come un attributo del lavoro vivo: una facoltà condivisa, un intelletto pubblico che accomuna una pluralità di soggetti. L’uso sociale del linguaggio diventa lo spartito che i lavoratori contemporanei eseguono collettivamente. Questa trasformazione porta con sé un effetto politico fondamentale perché il lavoro ingloba molte prerogative dell’azione politica. Ciò che prima distingueva la sfera del politico, ovvero la presenza degli altri, l’inizio di qualcosa di nuovo, l’imprevedibilità, diventa carattere ordinario della produzione.
La conseguenza è ambivalente. L’emergere dell’intelletto pubblico altera le tradizionali forme di comando ma tale “pubblicità” resta intrappolata nei rapporti capitalistici, traducendosi in una nuova forma di servitù volontaria poiché il virtuosismo diventa subordinazione personale e dipendenza da chi organizza il lavoro. È in questo contesto che la categoria di moltitudine assume un ruolo decisivo. A differenza del popolo, che per Hobbes possiede un’unica volontà ed è inseparabile dallo Stato, la moltitudine è caratterizzata da pluralità, eterogeneità, irrappresentabilità. Essa non può ridursi a un soggetto unitario, né può delegare la propria capacità d’azione a un sovrano o a un parlamento.
Nei testi di Virno la moltitudine non è più un concetto negativo, un residuo informe dello “stato di natura”, ma un risultato storico. Essa è la forma politica corrispondente al nuovo modello produttivo, dove la cooperazione è immediata e diffusa. Il lavoro postfordista dissolve infatti i confini tra vita privata, tempo di produzione e attitudine politica. Ciò che accomuna i molti è la partecipazione allo stesso intelletto pubblico. La moltitudine, perciò, è un “agire-di-concerto” intrinseco alle pratiche lavorative e comunicative. Non aspirando a diventare maggioranza, essa ostruisce i meccanismi della rappresentanza e rende obsoleto il modello classico di sovranità.
Da qui deriva l’idea virniana di Esodo, cioè un modo di sottrarre il general intellect alla cattura capitalistica, fondando nuove forme di sfera pubblica non statale. L’Esodo indica la possibilità di far valere il carattere cooperativo e comune dell’intelletto al di fuori del lavoro salariato, inaugurando forme di democrazia non rappresentativa, capaci di esprimere la pluralità senza ridurla all’unità artificiale del popolo. In questo intreccio tra trasformazione del lavoro e emersione della moltitudine Virno vedeva le possibilità di una politica nuova.
Laddove la produzione ha assorbito l’azione, la sfida consiste nel rovesciare tale processo restituendo all’intelletto pubblico una dimensione autonoma, fare dell’agire linguistico e cooperativo la base di istituzioni democratiche alternative. La moltitudine diventa così la figura politica adeguata a un’epoca in cui la mente è divenuta il principale terreno di conflitto ma anche il principale terreno di libertà.
