Perché studiare oggi il pensiero di Karl Marx? La perplessità implicita nella domanda può essere rafforzata tenendo presente come oggi, per lo più, Marx sia considerato come una sorta di “cane morto”, immeritevole di qualunque attenzione. Tuttavia, anche in questo caso si può osservare, preliminarmente, ancora una volta con Italo Calvino, come Marx, come tutti i classici del pensiero, in realtà non abbia mai finito di dirci ciò che ci vuol dire.

Questa considerazione generale non deve peraltro farci perdere di vista che circa mezzo secolo fa Marx era, invece, l’autore del giorno, veramente ‘à la’ moda, mentre oggi sembra quasi che nei suoi confronti sia stata operata, scientemente e consensualmente, una sistematica forma di rimozione e di aperta censura collettiva.

Per capire le cause di questa verticale “caduta” di interesse editoriale e di studio nei confronti di Marx e del marxismo occorre tener presente i molteplici, criminali e drammatici, disastri, ed anche le autentiche tragedie storiche, variamente innescate, nel corso del XX secolo, dai differenti regimi del cosiddetto “socialismo reale”. In questa chiave appare banale imputare a Marx pressoché tutte le calamità ed anche i devastanti flagelli determinati da alcuni regimi comunisti decisamente tirannici che pure si appellavano, programmaticamente, all’opera e al pensiero di Marx.

Tuttavia, una disamina attenta delle molteplici considerazioni marxiane sul comunismo presenti nei suoi scritti (editi e inediti), consente di distinguere nettamente la concezione di Marx da quella di tutti i regimi comunisti del XX secolo. Se infatti in questi regimi si sono compiuti degli autentici crimini e varie efferatezze, sostenendo di farlo in nome del pensiero di Marx, la lettura dei testi marxiani consente, invece, di ricollocare il progetto del marxismo entro un orizzonte ben diverso, ovvero quello della ‘lotta per l’emancipazione della classe più numerosa e più povera’. Non per nulla Marx ha posto al centro del suo rivoluzionario progetto politico “l’autogoverno delle comunità” muovendosi, quindi, in una direzione esattamente opposta ai totalitarismi sorti in suo nome nel corso del Novecento. Non solo: proprio il suo pensiero ci aiuta a meglio intendere le ragioni del fallimento delle esperienze socialiste fin qui realizzate.

Questo ci permette, allora, di riconsiderare anche il tradizionale modo di leggere e studiare il pensiero di Marx. Infatti mezzo secolo fa lo studio del marxismo era diffuso come il prezzemolo. Tuttavia occorre però chiedersi quale “marxismo” fosse allora studiato e considerato. Se infatti nei paesi del “socialismo reale” si era imposta una complessiva dogmatizzazione di impianto religioso del “verbo” marxiano, nei paesi occidentali era invece assai diffusa un diverso modo di lettura del pensiero di Marx.

In questo caso, infatti, il “marxismo occidentale” ha finito per privilegiare soprattutto lo studio dell’opera giovanile di Marx, con particolare riferimento ai “Manoscritti economico-filosofici” del 1844, alle “Tesi su Feuerbach”, alla “Ideologia tedesca” e alla precedente “Sacra famiglia”, oltre che al “Manifesto del partito comunista” del 1848. Tutti testi e scritti che possiedono, indubbiamente, un loro specifico valore intrinseco. Tuttavia, va anche tenuto presente come questi scritti siano per lo più rimasti inediti. Per quale ragione? Probabilmente per più di una ragione. Ma, certamente, sono rimasti inediti proprio perché il loro autore li considerava criticamente insufficienti e forse anche claudicanti.

In ogni caso, quando si opera con dei testi inediti è buona norma porsi una questione decisiva: perché l’autore ha lasciato inediti questi testi? E come è allora possibile contrapporre questi testi inediti ai testi che il Marx più maturo ha infine pubblicato, considerandoli come la migliore, più adeguata e più rigorosa affermazione del suo pensiero? Il marxismo occidentale ha invece compiuto e giustificato questo suo singolare “crampo mentale”, in base al quale, in ultima analisi, i testi inediti di Marx hanno finito per fagocitare i suoi testi editi. Il che ha comportato una sostanziale e sistematica rimozione del “Capitale” che Marx ha sempre considerato come il suo capolavoro.

Del resto proprio la lettura delle opere di Marx ci aiuta a meglio intendere il suo specifico metodo di lavoro dialettico che sviluppa sempre un approccio multilineare che risulta essere – al contempo – analitico, plastico e continuamente sottoposto ad una revisione critica. Donde il tormento specifico della ricerca di Marx che, spesso e volentieri, tornava a riconsiderare criticamente quanto aveva già scritto, avvertendone l’insufficienza complessiva che meritava, pertanto, altro studio, altro lavoro e spesso anche un ripensamento critico complessivo. Il che ha costituito il tormento critico continuo della ricerca marxiana, giacché Marx era sempre insoddisfatto di quanto aveva raggiunto e sospettava anche che alcune incongruenze gli fossero eventualmente sfuggite.

Per questa ragione Marx non era affatto un dogmatico e, tanto meno, un dogmatico marxista. Del resto è ben noto come lo stesso Marx, di fronte alle interpretazioni positivistiche e schematiche del suo pensiero, abbia dichiarato, emblematicamente, quanto segue: “Je ne suis pas marxiste”. E non era marxista proprio perché al marxismo quale dottrina astratta e dogmatica anteponeva, per dirla con Lenin, l’‘analisi concreta della situazione concreta’, ovvero la libertà critica di una ricerca spregiudicata, radicale e sempre pronta a rimettersi in discussione critica.

Non per nulla, perlomeno in questa specifica chiave metodologica, Marx ha sempre lavorato per mettere in piena evidenza la specificità, storicamente determinata, del modo di produzione capitalista. Per questa ragione, nell’analizzare la merce nel primo capitolo del “Capitale”, Marx sottolinea subito come “la forma semplice di valore di una merce è la forma fenomenica semplice dell’opposizione in essa contenuta fra valore d’uso e valore”. Il che gli consente di illustrare il carattere di ‘feticcio’ della merce, unitamente ai suoi arcani: “A prima vista – scrive Marx – una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici”. Per quale motivo? Perché quando l’uomo trasforma, con il suo lavoro, una certa realtà (per esempio il legno) in una determinata forma (per esempio un tavolo), allora “appena si presenta come merce il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente soprasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare”. Se l’oggetto d’uso è sempre stato il prodotto del lavoro umano, tuttavia, avverte Marx, “soltanto un’epoca storicamente definita dello svolgimento della società, quella che rappresenta il lavoro speso nella produzione d’una cosa d’uso come qualità ‘oggettiva’ di questa, cioè come valore di essa, è l’epoca che trasforma in merce il prodotto del lavoro”.

Alla genesi storica del capitalismo Marx dedica, come è noto, il ventiquattresimo capitolo del primo libro del “Capitale”, in cui non pone in evidenza solo il carattere storicamente determinato del modo di produzione capitalistico, ma sottolinea anche come “la scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica”.

Entro questa stessa ricostruzione storica marxiana si radica, infine, anche l’escatologia di una possibile ed auspicabile liberazione: “Il modo di appropriazione capitalistico che nasce dal modo di produzione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, sono la prima negazione della proprietà privata individuale, fondata sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera essa stessa, con l’ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione. È ‘la negazione della negazione’. E questa non ristabilisce la proprietà privata, ma invece la proprietà individuale fondata sulla conquista dell’era capitalistica, sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso”.

Nello sviluppare questa sua originale disamina critico-storica della genesi del capitalismo, Marx elabora anche una sua nuova e feconda impostazione epistemologica. Certamente anche per Marx, come già per Hegel, il concreto si configura come “unità del molteplice”, tuttavia il Nostro non cade nell’ingenuità empirista di ritenere che la ricostruzione logico-ideale del concreto possa essere poi spacciata come la riproduzione della realtà in quanto tale. Marx infatti concorda nuovamente con Hegel nel ritenere che il solo modo, per il pensiero, di appropriarsi del concreto si radichi nella capacità di salire dall’astratto al concreto. Ma nel compiere questo passaggio Marx non cade neppure nella trappola dell’idealismo hegeliano che presuppone un ‘Geist’ storico. Semmai Marx recupera pienamente il ruolo euristico del ‘Verstand’, proprio perché comprende come la comprensione del reale non possa mai prescindere da una ‘tipizzazione’ concettuale di questo stesso reale. Il che apre allora un nuovo e fecondo orizzonte – anche specificatamente epistemologico – che merita senz’altro di essere indagato ed approfondito.