Dare certezze a chi vuole mettere al mondo un figlio.

La natalità in Italia è sempre più in picchiata, con un nuovo record negativo di 369mila nati nel 2024, ovvero un terzo in meno dei bimbi che nascevano venti anni fa. Anche il tasso di natalità (rapporto tra nati e popolazione), dal 9,7 per mille del 2004 è crollato al 6,3 per mille, e continua a scendere il numero medio di figli per donna passato a una media di 1,18 dall’1,33 di dieci anni fa.

Sono dati che certificano uno scenario di forte preoccupazione. A tre anni dall’enfatica istituzione del ministero della Natalità, anni contrassegnati da misure aventi prevalentemente il carattere di bonus (bonus mamme, bonus nidi, bonus nuove nascite), anche dall’Istat arriva la conferma dell’inefficacia di quelle misure.

Per invertire le dinamiche demografiche, o almeno rallentarle, servono politiche a sostegno della natalità forti e strutturali, frutto di una strategia di medio e lungo periodo, capaci di garantire certezze: la certezza di un lavoro stabile e di qualità con orari e retribuzioni adeguate; la certezza di una casa, di una rete di asili nido diffusi nel territorio, accessibili e gratuiti, di congedi paritari e ben remunerati, di un assegno unico da rafforzare e rendere davvero universale, superando esclusioni e discriminazioni, a partire da quelle che colpiscono coloro che risiedono in Italia da meno di due anni o che hanno i figli all’estero. Peraltro, questo è ciò che ci chiede l’Ue, che per tale ragione ha attivato la procedura di infrazione contro l’Italia.

Certezze che mancano, a partire dal lavoro. Un terzo dei lavoratori dipendenti privati non ha un rapporto di lavoro standard a tempo pieno e indeterminato; quindi non può contare su una retribuzione piena e duratura.

Precarietà, part-time involontari e lavori poveri sono anche tra le principali cause di bassi salari, tanto che un quarto dei lavoratori dipendenti privati ha una retribuzione lorda annua inferiore a 10mila euro, cioè meno di 800 euro al mese. Si tratta soprattutto di donne e di giovani che non possono contare su una retribuzione capace di garantire una vita libera e pienamente autonoma.

Con una questione salariale così pervasiva, non è certamente con qualche bonus né con qualche misura di welfare aziendale che si può trovare la soluzione per affrontare un fenomeno demografico così significativo.

Occorre superare la logica dei bonus a pioggia, come abbiamo avuto modo di rimarcare recentemente in occasione dell’audizione presso la Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica in atto.

A questo si aggiunge il fatto che ogni dieci bambinə che nascono ci sono almeno due lavoratrici dipendenti che lasciano il lavoro, una delle quali per la mancanza di servizi a partire dagli asili nido.

E’ necessario garantire un’adeguata rete di asili nido e servizi educativi per la prima infanzia, mentre il governo, alle prese con troppi ritardi nella realizzazione dei progetti, si sta dimostrando incapace di spendere i 3,8 miliardi del Pnrr per la realizzazione di asili nido e scuole dell’infanzia, con il rischio evidente di sprecare un’occasione irripetibile. Mentre si avvicina la scadenza del Pnrr, a ottobre 2025 risulta essere stato speso solo il 38% dei fondi; appena l’8% delle opere sono state completate e collaudate, mentre un quarto dei progetti presenta ritardi nella fase di esecuzione delle opere. Ancora più preoccupante il fatto che i ritardi maggiori si evidenzino nelle Regioni con meno servizi.

Occorre ricordare che l’attuale offerta di nidi e servizi educativi per la prima infanzia può coprire solo il 35% dei bambini e bambine con meno di 36 mesi: un valore ancora molto lontano dal nuovo obiettivo europeo del 45% da raggiungere entro il 2030, oltre ad essere assolutamente insufficiente rispetto al potenziale bacino di utenza, tanto che ad almeno 800mila bambine e bambini è negato il diritto a un percorso educativo di qualità sin dai primi mesi di vita. Inoltre, anche realizzando le strutture, resta il nodo della messa a regime con adeguate risorse correnti e soprattutto con il personale necessario.

Il diritto ad un percorso educativo fin dai primi mesi di vita deve essere garantito a tutti i bambini e le bambine, tuttavia, nei ‘Piano Infanzia’, ‘Piano Famiglia’ e ‘Piano Sociale’, recentemente adottati dal governo, nidi e servizi educativi per la prima infanzia sono assolutamente marginali, se non del tutto assenti.

Anche la sanità dovrebbe fare la sua parte: occorre garantire la piena funzionalità dei consultori, a cinquant’anni dalla loro istituzione, affinché mettano a disposizione percorsi nascita completi e percorsi per la salute nei primi mille giorni di vita dei bambini e delle bambine, in modo da garantirne il sano sviluppo e sostenere la genitorialità.

Se si vuole costruire un futuro migliore, occorre dare fiducia alle nuove generazioni ma soprattutto dare sostegno alle loro scelte.