
Lavoratrici e lavoratori in lotta contro i licenziamenti. Alta partecipazione allo sciopero del 27 novembre scorso.
Quando in agosto di quest’anno si realizza la fusione tra Paramount e Skydance, il nuovo Ceo David Ellison, figlio di Larry, amico personale di Trump, fondatore di Oracle e uomo più ricco del mondo con 383 miliardi di dollari di patrimonio (più di Musk, per intenderci), traccia la rotta in modo deciso: il piano di riorganizzazione ed efficientamento prevede 2.500-3.000 esuberi su scala globale. Oltre agli Usa, dove ad oggi Paramount ha già licenziato circa mille dipendenti, ora è il turno dell’Europa, dove Paramount è presente in molti Paesi. E così dopo la Francia e prima della Spagna ecco il turno dell’Italia.
Qui gli esuberi denunciati, con l’apertura lo scorso 4 novembre di una procedura di licenziamento collettivo ex legge 223/1991, sono 35 (30 tra impiegati e quadri e cinque dirigenti) su un organico composto da 112 dipendenti: si parla di un terzo della popolazione aziendale. Non ci si aspettava di certo un taglio così drastico, così impattante.
La lettera di apertura della procedura spiega dettagliatamente le ragioni della riorganizzazione: l’azienda in Italia sconta in particolar modo un radicale calo dei ricavi dai canali pay tv, che vengono dunque chiusi per concentrare il business sullo streaming. Questo, nelle intenzioni aziendali, porta alla soppressione di alcune funzioni (marketing, comunicazione e promozione, ad esempio) e all’accorpamento di altre, con conseguente accentramento delle stesse a livello global.
Inoltre Paramount non solo chiude canali, li centralizza e remotizza il lavoro, ma annuncia nelle parole del Ceo Allison di voler ottimizzare i processi organizzativi attraverso l’adozione dell’intelligenza artificiale. Al tavolo negoziale questo aspetto non viene esplicitato, l’azienda non ne vuole discutere. Ma questa è già adesso una nuova sfida, che necessita un alto livello di attenzione da parte di tutti: imprese, parti sociali, anche e soprattutto istituzioni.
Al tavolo negoziale la Rsu (tutta Slc Cgil) ha provato testardamente a capire quale organizzazione del lavoro l’azienda avesse in mente in prospettiva, sottolineando tutti i limiti di un taglio così netto di personale. È stato così chiesto all’azienda di rivedere i numeri degli esuberi, attivando gli ammortizzatori sociali, agevolando possibili ricollocazioni, prepensionamenti, salvaguardia dei più fragili, in particolare delle categorie protette.
La risposta dell’azienda, che non è assistita da Assolombarda ma da un prestigioso studio legale, è che i numeri sono già il frutto di un’attenta analisi e non possono essere ridotti, e non c’è disponibilità ad attivare ammortizzatori sociali. Nell’ultimo incontro l’azienda ha unicamente avanzato alcune cifre di incentivazione all’esodo che l’assemblea dei lavoratori ha considerato irricevibili.
È stato pertanto approvato un pacchetto di tre giornate di sciopero, la prima delle quali già effettuata il 27 novembre, con la partecipazione di un numero di dipendenti che va ben oltre quelli delle posizioni in esubero.
Siamo, di fatto, di fronte ad un ulteriore scatto nei modelli di gestione delle riorganizzazioni aziendali: uno stile “trumpiano”, suprematista e arrogante. Nessuna apertura, nessuna contrattazione per limitare gli esuberi, rivedere il piano di riorganizzazione, gestire i riflessi sociali. Nessuna lungimiranza e nessuna responsabilità sociale, per un’azienda che si è fatta, per altro, certificare la parità di genere in un apposito audit e poi licenzia ventidue figure femminili su trentacinque.
Un Natale amaro, ma anche un Natale di lotta per le dipendenti e i dipendenti Paramount, che Slc a Milano assisterà e supporterà fino in fondo. Perché un film dal finale così drammatico come la perdita del lavoro non lo vogliamo vedere su nessuna piattaforma streaming, tanto meno su Paramount.
