
La nostra contrarietà alla legge Nordio dipende sia dal metodo con cui è stata approvata sia dal merito dei suoi contenuti.
Partiamo dal metodo. Siamo di fronte all’ennesima riforma della Costituzione decisa a colpi di maggioranza. E la Cgil è contraria – per principio – a modifiche costituzionali imposte unilateralmente, perché rappresentano una violazione sostanziale dello spirito dell’articolo 138. Ma, in questo caso, c’è un’aggravante ulteriore: la legge di revisione costituzionale è stata promossa dallo stesso esecutivo e imposta al Parlamento, che l’ha approvata senza alcun emendamento e alcuna modifica. Anche questo rappresenta un attacco al principio di separazione dei poteri, con il governo che, dopo essersi – di fatto – appropriato della funzione legislativa ordinaria (con l’abuso della decretazione d’urgenza, la continua reiterazione delle questioni di fiducia, e così via…), ora sta scippando anche quella di revisione costituzionale. Oltre a rivelare una concezione, molto preoccupante, della Carta costituzionale non come patrimonio di tutti i cittadini ma come proprietà di una sola parte, che può disporne a piacimento.
E veniamo al merito. Innanzitutto, non stiamo parlando di una “riforma della giustizia”. La legge Nordio, infatti, non interviene sulla durata dei processi, sulle dotazioni amministrative degli uffici giudiziari, sulla carenza di personale; non stabilizza i 12mila precari della giustizia assunti con il Pnrr, che rischiano di rimanere a casa dal prossimo 1° luglio; non interviene sull’edilizia; non interviene sul potenziamento dei riti alternativi. In sostanza, non migliora in nulla la qualità del servizio, e nemmeno le garanzie e i diritti dei cittadini; anzi, le mette ancor più in discussione.
La legge Nordio non è nemmeno una riforma per la “separazione delle carriere”, che è già stata realizzata con la riforma Cartabia, con la distinzione definitiva dei percorsi professionali dei magistrati requirenti e giudicanti, come dimostra la drastica riduzione dei passaggi tra i due ruoli, diventati ormai residuali.
Si tratta, invece, di un intervento che stravolge il titolo IV della Costituzione, per colpire l’indipendenza del potere giudiziario, garantita – in primis – dall’autogoverno attraverso il Csm, previsto dai padri costituenti. Indipendenza che non è il privilegio di una casta, ma la garanzia fondamentale affinché tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge.
L’obiettivo di fondo è fin troppo evidente: colpire, appunto, l’autonomia della magistratura, per arrivare a subordinarla (in particolare i pubblici ministeri) al potere politico, indebolendo in questo modo anche il controllo di legalità esercitato da una magistratura indipendente. Un controllo di legalità a cui al governo sono evidentemente allergici, come hanno dimostrato di fronte a ogni iniziativa non gradita: dai centri in Albania ai soccorsi in mare dei migranti, dal ponte sullo Stretto di Messina alla scalata di Mps a Mediobanca.
Al centro di questo attacco c’è proprio l’organo di autogoverno, vera garanzia dell’autonomia del potere giudiziario, che viene diviso in tre parti: uno per i giudicanti; uno per i Pm; la cosiddetta alta corte disciplinare. Tutto ciò determinerà la rottura definitiva del modello costituzionale dell’unicità della magistratura che abbiamo conosciuto finora. Contemporaneamente, si cancella anche il principio di rappresentatività del corpo dei magistrati ordinari: attraverso l’introduzione del criterio del sorteggio secco dei membri togati, che viene invece temperato per i componenti di nomina politica. Siamo a una sorta di “indipendenza lasciata al caso”.
Nulla c’entra, evidentemente, il garantismo, che non è assolutamente nelle corde di un governo che approva provvedimenti liberticidi come il decreto sicurezza; che si inventa un reato al giorno; che criminalizza il conflitto sociale, anche attaccando il diritto di sciopero. Definiscono “garantismo” l’esatto opposto: impunità per i potenti, logica securitaria e repressiva per tutti gli altri, soprattutto per i più deboli.
Va poi alzato lo sguardo al disegno più complessivo che ne sta alla base. Un disegno chiarissimo: le tre principali forze politiche della maggioranza stanno tentando – ciascuna per la sua parte – di sovvertire la Costituzione repubblicana, archiviando la centralità del Parlamento, attraverso il premierato, l’unità e la coesione nazionale, attraverso l’autonomia differenziata, e, appunto, l’indipendenza del potere giudiziario.
Noi, a questo disegno, non possiamo che opporci. A partire proprio dalla legge Nordio, promuovendo il fronte più ampio, inclusivo e trasversale di tutte le forze politiche, sociali, culturali che condividono la volontà di cancellare questa vera e propria controriforma. E sostenendo le ragioni del No nella battaglia referendaria.
Anche perché, bocciare nelle urne la legge Nordio è il modo più efficace e diretto per fermare la deriva verso una democratura fondata sull’uomo o sulla donna soli al comando, che la maggioranza vuole edificare sulle spoglie della Costituzione antifascista e fondata sul lavoro.
(Roma, 4 dicembre 2025)
