Dopo 56 anni ricordare è doveroso, anche perché oggi a governare sono gli eredi del Msi che fu tra i protagonisti di quella stagione eversiva.

Il 12 dicembre ricorre il 56° anniversario della strage di Piazza Fontana a Milano, un evento che diede inizio alla stagione della strategia della tensione, che insanguinò drammaticamente il Paese. Pensiamo alle bombe di Brescia, di Bologna e molte altre.

Gli organizzatori di questi atti terroristici erano, prevalentemente, uomini che uscivano o erano all’interno del Msi, un partito dichiaratamente neofascista, fondato dai reduci della Repubblica sociale italiana di Salò. Il suo fondatore più conosciuto era Giorgio Almirante, che forgiò il famoso slogan “né rinnegare né restaurare”, che nel suo significato non rinnegava quel triste passato ma voleva ripeterlo sotto altre forme, però uguale nella sostanza.

Queste formazioni anticostituzionali si prefiggevano il compito di fermare le lotte sociali e in particolare di fermare le sinistre, soprattutto il Pci ma anche il Psi. Prima di piazza Fontana il nostro Paese aveva conosciuto il pericolo di colpi di Stato con lo scopo di instaurare un regime autoritario di stampo neofascista, con gravi complicità in settori delle forze armate che non nascondevano le loro simpatie per il fascismo, di cui avevano fatto parte nel ventennio del secolo scorso.

La nascita del primo centrosinistra incentiva queste azioni e formazioni reazionarie, che hanno una impennata significativa quando successivamente le lotte sindacali divengono di massa. Sono lotte che non hanno solo un carattere sindacale ma pongono questioni politiche, al fine di far entrare nelle fabbriche la Costituzione, iniziando a immaginare lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori che verrà approvato nel 1970.

A tutto ciò si deve aggiungere l’avvio delle lotte studentesche, che introdurranno un processo sociale che si salderà con le lotte operaie. Nel disegno eversivo dei fascisti era questo processo che occorreva fermare. Prima della bomba di piazza Fontana, infatti, l’Italia subì una miriade di attentati. E’ in questo contesto che Anpi, allora guidata da un capo partigiano, con tutte le forze politiche antifasciste, coscienti del pericolo antidemocratico, nel giugno del 1969, sei mesi prima del 12 dicembre, diede vita al “Comitato permanente antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano” che gestì la risposta politica e sociale dopo la strage del 12 dicembre. Una risposta che sfocerà nella dichiarazione dello sciopero generale organizzato da Cgil Cisl Uil in occasione dei funerali delle vittime della bomba. In una piazza Duomo strapiena e silenziosa, dove si avvertiva non solo la solidarietà con le vittime ma anche il monito dei lavoratori e del Paese che il fascismo non sarebbe passato.

Furono anni difficili, di scontro politico e di terrorismo, ma la forza della democrazia costituzionale sconfisse la destra reazionaria e anticostituzionale incarnata dalle forze neofasciste. Ricordiamo tutti i vergognosi depistaggi dei servizi ‘deviati’, con la complicità di pezzi importanti della politica, ricordiamo tutti le accuse inventate all’anarchico Valpreda, ricordiamo tutti la tragica morte dell’anarchico Pino Pinelli. Ricordiamo i titoli dei giornali di quel periodo. Sono realtà che occorre ricordare per comprendere come era allora il nostro Paese, e quali fossero i pericoli democratici che tentavano di minare la democrazia costituzionale.

Dopo 56 anni è necessario ricordare quella stagione, soprattutto perché oggi a governare sono gli eredi del Msi, che molti stanno rivalutando, dimenticando la sua drammatica storia e quella stagione politica eversiva di cui fu protagonista. Il ricordo di quei periodi deve servire alle nuove generazioni ma anche a molti smemorati adulti, per impedire che quel passato possa ritornare, magari sotto altre forme, ma con gli stessi contenuti eversivi.

Il passato non tornerà come lo abbiamo conosciuto, ma la crisi delle democrazie in atto non fa ben sperare. Ecco perché dobbiamo vigilare e combattere l’indifferenza che sta dilagando.