Era il 2017 quando pubblicammo la nostra inchiesta sulle scarpe di lusso, indagando le filiere di tre grandi marchi della moda italiana, tra cui Tod’s. Fummo tra i primi ad utilizzare il termine ‘caporalato nel tessile’ quando portammo alla luce la storia raccolta dalla giornalista Marilù Mastrogiovanni: quella di Carla Ventura, una ex terzista di Tod’s che denunciava l’azienda per abuso di posizione dominante e pratiche commerciali capestro che l’avevano poi costretta a chiudere. Ventura si era infatti rifiutata di accettare l’invito da parte dei manager di Tod’s ad avvalersi della “flessibilità salentina”, in altre parole di sottopagare i lavoratori o pagarli in nero, per stare nei prezzi stracciati imposti dal marchio marchigiano. All’epoca già era emerso il problema della caduta vertiginosa delle tariffe applicate alle commesse che costringevano i fornitori a ricorrere ad ogni mezzo, pur di stare a galla. Erano gli anni in cui si cominciava a parlare dei cosiddetti contratti pirata, stipulati al ribasso da organizzazioni di comodo, nati negli anni ‘90 nelle Marche e poi esplosi in tutta Italia.

Molti anni dopo, le indagini della Procura di Milano hanno portato sui giornali di tutto il mondo lo scandalo del caporalato nelle filiere del lusso made in Italy, questa volta nell’hinterland milanese. Sotto inchiesta i marchi più prestigiosi come Armani, Loro Piana, Dior, Valentino e, da ultimo, Tod’s. L’impianto accusatorio è sempre lo stesso: fabbriche nascoste, fatiscenti e insicure, lavoratori pagati pochi euro l’ora che in quelle fabbriche lavorano, mangiano e vivono, fanno turni massacranti, tutti i giorni – festivi inclusi – in condizioni degradanti. Un sistema ricorrente e generalizzato di sfruttamento che colpisce soprattutto i lavoratori e le lavoratrici ‘razzializzate’ in condizione di vulnerabilità, segregati nella catena dei subappalti, spesso privi di cittadinanza e di rappresentanza.

Proprio grazie a questa struttura produttiva fuori controllo si è generato quello che nei procedimenti della Procura viene chiamato ‘disaccoppiamento organizzativo’: la coesistenza di una struttura formale, che rispetta leggi e contratti, e una informale, orientata al massimo profitto. Mondi separati ma contigui e collaboranti a tutto vantaggio della capofila. I marchi tuttavia non possono non sapere, direttamente o indirettamente, cosa succede nella filiera.

Mentre la magistratura fa luce su questa catena di abusi, il Parlamento rischia di fare il passo opposto. Con il Ddl sulle Piccole e Medie Imprese (Ddl Pmi), già approvato al Senato, il governo propone una certificazione volontaria di conformità della filiera che, dietro la facciata della trasparenza, nasconde un pericoloso scudo penale per le aziende capofila, anche in caso di caporalato nella subfornitura.

Se passa questa norma, i marchi che si certificano saranno di fatto esentati da ogni responsabilità e dalle indagini in caso di violazioni. Una proposta che non tutela il made in Italy e tantomeno combatte il fenomeno del caporalato, secondo le oltre 40 organizzazioni firmatarie che hanno lanciato un appello urgente ai deputati e alle deputate (vedi link) affinché non votino un testo che legalizza l’impunità dello sfruttamento.

Le inchieste milanesi hanno mostrato che le case madri non possono dirsi estranee agli abusi nelle proprie filiere. Eppure, invece di rafforzare le responsabilità e introdurre obblighi di ‘due diligence’, il Ddl Pmi introduce l’ennesimo bollino, un paravento per comportamenti irresponsabili e un ulteriore onere burocratico per i fornitori.

Ma le misure volontarie non bastano, come dimostrano le ricerche e le denunce che da almeno 20 anni le organizzazioni della società civile producono, mettendo in evidenza l’inadeguatezza di strumenti che servono solo a proteggere la reputazione dei brand e la loro capacità commerciale, invece di contribuire a migliorare le condizioni di lavoro. Qualsiasi iniziativa volontaria, che non sposta l’onere di controllo e prevenzione, e i relativi costi, in capo ai committenti, è destinata a fallire. Ciò che occorre all’industria della moda per una giusta transizione verso la sostenibilità ecologica e sociale è l’introduzione di un obbligo di trasparenza e responsabilità in capo alle imprese committenti, che hanno il potere di cambiare le cose perché dettano le condizioni nelle filiere globali.

Chiediamo al Parlamento di eliminare lo scudo penale dal Ddl Pmi perchè il vero made in Italy non nasce dallo sfruttamento, ma dal lavoro dignitoso. E’ stata lanciata una petizione pubblica, già sostenuta da oltre 50 personalità del mondo accademico, legale, dell’anticorruzione, della tutela dei migranti, legato alla moda etica, dello spettacolo, a testimonianza del consenso plurale nella società civile all’abolizione dello scudo penale nella moda.

Link alla petizione: https://actionnetwork.org/petitions/no-caporalato-made-in-italy?source=direct_link&

(2 dicembre 2025)