Ha un tono di voce gentile Fabio Giomi, che si incrina quando riepiloga ancora una volta la storia del suo licenziamento ‘per omesso controllo’, a seguito del già famigerato ‘test del carrello’. Non è un caso isolato, ma la strategia adottata da un celebre marchio della grande distribuzione organizzata, Pam Panorama, per liberarsi di dipendenti che in un modo o nell’altro risultano ‘scomodi’ all’azienda.

Dipendente dell’ipermercato di Siena, Giomi nell’ultimo anno di lavoro si è visto piovere addosso contestazioni su contestazioni. “Una volta perché ero arrivato tardi di qualche minuto al lavoro, ma mi hanno contestato anche di essere arrivato prima di quando dovevo. Sono un pendolare, ogni mattina prendo il treno da Poggibonsi, facendo il possibile per essere puntuale”. Giomi lavora in Pam Panorama dal 2012. “Già nel 2010 – racconta – facevo parte di una cooperativa di Roma che si occupava dei rifornimenti nei negozi Pam. Scaduto il contratto, il 2 luglio 2012 sono stato assunto direttamente dall’azienda, inizialmente con le stesse mansioni di prima e poi alle casse”. Una vita ordinaria di cassiere che improvvisamente è diventata un incubo.

“Nell’ultimo anno i rapporti si sono fatti tesi”, sintetizza il lavoratore. Oggi si parla su tutti i media del ‘test del carrello’: un ‘ispettore’ dell’azienda si finge cliente e nasconde della merce dentro altre confezioni. Frutta e verdura mescolate, rossetti nei cartoni di uova, piccoli oggetti inseriti in casse di birra e via dicendo. Se il malcapitato cassiere cade in questo vero e proprio tranello, arriva il licenziamento ‘per omesso controllo’. “Avevo già subito un test del genere, nemmeno immaginavo che esistesse una pratica simile, ma l’avevo superato. Avevo scoperto degli articoli nascosti nella spesa e la cosa era finita lì”.

Non era finita. “Qualche mese dopo un altro test – spiega Giomi – si presenta alla cassa un ispettore, credevo venisse a pagare la sua spesa personale. Invece era un altro test del carrello. Sono rimasto spiazzato, nella mia testa frullavano mille domande: perché ancora a me e non agli altri, non avevo già passato l’esame? Lui intanto parlava, io ero frastornato. Avrò anche commesso degli errori lavorando ogni giorno alle casse, ma non potevo certo aspettarmi che l’ispettore avesse infilato attraverso le fessure delle casse di birra alcuni piccoli articoli, oggetti minuscoli come laccini per capelli, maschere per il viso, matite per la bocca, per gli occhi. Praticamente impossibile vederle in una confezione chiusa di birra. Nei video di formazione ci avevano fatto vedere controlli su scatole aperte, bottiglie di vino poco costose sostituite con vini più cari, niente di simile a quello che mi è capitato”.

Un incubo, appena iniziato. “L’ispettore mi chiede di rompere le scatole di cartone delle confezioni di birra e mi fa vedere quello che aveva nascosto dentro. Mi dice che il mio errore avrebbe avuto delle gravi conseguenze”. Inutile dire che a un cassiere non spettano certi compiti, che ci sono degli addetti anti-taccheggio che si occupano di evitare i furti. Giomi torna a casa scosso, e a metà ottobre i suoi timori si materializzano nell’ennesima lettera di contestazione disciplinare. “Rispondo entro cinque giorni, nel modo che mi sembrava più appropriato. Ma a fine ottobre vengo convocato dal capo del personale che mi comunica il licenziamento in tronco”. Un colpo da ko.

“L’accanimento verso un dipendente che fa di tutto per svolgere al meglio il suo compito lascia senza parole. Possibile che in 13 anni sia diventato improvvisamente incapace di fare il mio mestiere? L’azienda avrebbe dovuto chiedersi come mai il primo test era stato superato, perché mi hanno messo in crisi? Nessuno può immaginare come ci si sente a trovarsi in una situazione del genere. Ero in stato di choc, sono uscito dal negozio salutando a malapena un paio di colleghe da lontano. Ho preso il treno mentre avevo mille pensieri in testa. Come dirlo a casa?”. Ansia, frustrazione, disperazione, non solo del lavoratore ma anche della famiglia. “È ora come facciamo ad andare avanti? Devo restituire un prestito alla posta, pagare la casa popolare che abbiamo riscattato dal comune di Poggibonsi grazie al fatto che eravamo in due a lavorare. Sarei caduto in depressione se non avessi ricevuto immediatamente la solidarietà dei senesi, dei miei concittadini di Poggibonsi, dei sindacati, della politica, dello stesso cardinale di Siena Lojudice”.

Giomi è delegato per la Filcams Cgil nella rappresentanza sindacale aziendale. E allora a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, così come insegnava il sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Nel mentre il ‘test del carrello’ veniva replicato a Livorno, a Roma e in altri punti vendita dell’azienda, affiliata a Federdistribuzione, lungo l’intera penisola. “Sdoganare la pratica del falso cliente significa permettere all’azienda di fare quello che vuole”. Una pratica ottocentesca nei rapporti con i propri dipendenti, quando il padrone poteva tutto e il lavoratore niente.