Nella home page del sito Filcams Cgil è stata data la notizia che il 26 novembre la Filcams ha partecipato all’udienza pontificia. Notizia preannunciata nel corso dell’iniziativa “New order” della stessa giornata. Alla notizia si accompagna il testo di una lettera inviata dal segretario generale Filcams a papa Leone XIV.

La presenza di sindacalisti della Cgil ad una udienza papale, sia a titolo personale che collettivo, non è una novità. Nel 2023, l’Assemblea generale nazionale Cgil fu ricevuta per una udienza straordinaria da papa Francesco. Il segretario generale Landini parlò in quella sede, richiamando i valori comuni e l’impegno prioritario per la pace. Il papa sottolineò l’importanza del sindacato nella tutela di lavoratrici e lavoratori, e ci raccomandò di dare voce a chi non ha voce. Alla fine dell’udienza – come consuetudine della sua chiesa – impartì la benedizione apostolica urbi et orbi. Un terzo circa dei presenti si fece il segno della croce, il resto restò in rispettoso silenzio.

L’incontro con papa Francesco è stato un evento importante nella storia della Cgil, ed ebbe il suo cuore nell’impegno comune per la pace, nel solco della Via Maestra. Il testo della lettera di Russo invece ci ha lasciato molto perplessi, a cominciare dalla sua forma: ci si rivolge al papa chiamandolo, in apertura, “beatissime pater”, che nella chiesa cattolica apostolica romana è un titolo di rispetto usato nei documenti ufficiali e nelle orazioni per rivolgersi al Pontefice, e nella chiusura: “con devoto ossequio”. La forma, se vale, ci dice che è una lettera “dall’interno”, non adatta al rappresentante di una organizzazione laica aconfessionale e pluralista quando scrive a nome dell’organizzazione.

Il contenuto poi amplifica queste perplessità. Passando sopra, come nulla fosse, alla storia centenaria del nostro sindacato, nato socialista e riformista, definisce la Rerum Novarum di Leone XIII “il faro che da oltre un secolo ricorda all’umanità che la centralità della persona e la giustizia sociale devono precedere ogni logica economica”.

Su qualsiasi manuale di storia, di qualunque orientamento, si può leggere che la Rerum Novarum fu la risposta della chiesa alla nascita e allo sviluppo del movimento operaio organizzato, non solo in Italia, e che i principi cardine della dottrina sociale della chiesa sono da allora il corporativismo; la conciliazione tra capitale e lavoro – negando la lotta di classe; la partecipazione dei lavoratori nelle imprese, il principio di sussidarietà contro l’ingerenza dello Stato, e si tradusse nella promozione di sindacati e associazioni in contrapposizione a quelli che il movimento operaio aveva costituito, per strappare i lavoratori dall’influenza del socialismo.

Acqua ne è passata tanta sotto i ponti. La Cgil ha ridefinito se stessa, a partire dal XIII Congresso, scrivendo il suo programma fondamentale che proprio in questi mesi è sottoposto ad un lavoro di attualizzazione. Ma il Centenario, celebrato nel 2006, ha ribadito i fondamenti della nostra storia, quella di una organizzazione, come disse il segretario organizzativo Ghezzi nella grande manifestazione di Milano, “che non ha mai cambiato né nome, né bandiera”. La Cgil resta un sindacato di classe, democratico e pluralista che si batte per uguaglianza e diritti, che organizza i lavoratori senza distinzione di genere, nazionalità o credo.

In questa lettura appare evidente che la questione del rapporto tra la dottrina sociale della chiesa, il socialismo e la reazione al capitalismo non si possa risolvere per noi a favore della dottrina sociale della chiesa. Perché il rapporto tra il capitale ed il lavoro, per noi, non si è risolto, e perché il rapporto tra le classi sociali è molto lontano dall’essere risolto in una forma armoniosa di società in cui lo sfruttamento è estirpato grazie ad una forma di capitalismo caritatevole.

Se vogliamo elaborare un legame nel rapporto tra noi e la chiesa cattolica, possiamo identificarlo nel rifiuto dello sfruttamento del territorio e delle persone, nelle forme dell’accoglienza umana e del superamento delle barriere tra mondi economicamente diversificati. Se una forma di vicinanza vogliamo trovarla sta nel rifiuto del capitalismo che impone lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo: ma questo non basta per mutare la nostra azione nel rifiuto della lotta di classe, praticata in forma non violenta, e nell’identificazione della conciliazione sociale come strumento ideale di società giusta. Non sta nel modificare, senza una condivisione reale con il corpo della nostra organizzazione, una tradizione politica e sindacale che, se non deve essere un macigno immodificabile, non può nemmeno essere un canovaccio modificabile così facilmente.

Occorre dunque prestare attenzione a quanto si sta discutendo in Filcams. L’ attualizzazione del nostro sistema di valori non significa in alcun modo un arretramento e l’abbandono della nostra identità. Il sindacato unitario a cui guardiamo non si realizza adottando ideologie altrui.

Noi siamo la Cgil, con la nostra storia e identità politica e culturale.