Un questionario in trentadue domande dell’Agia sul tema “Guerra e conflitti”, parte di un tentativo di rilegittimare la guerra, invertendo decenni di cultura pacifista.

Nelle scuole secondarie di secondo grado si è somministrato agli studenti un questionario, costituito da trentadue domande, promosso dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (Agia) sul tema “Guerra e conflitti”.

Uno degli item è :“Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo con questa affermazione?”. Questa domanda, rivolta a studenti tra i 14 e i 18 anni, solleva interrogativi non s0olo pedagogici ma profondamente etici e politici. L’impressione di manipolazione insita nel questionario Agia nasce da una convergenza tra linguaggio suggestivo, contesto istituzionale e clima politico: un’analisi critica alla luce della psicologia sociale e della filosofia politica rivela un disegno più ampio di costruzione ideologica.

Dal punto di vista della psicologia sociale, la formulazione della domanda attiva diversi meccanismi noti: l’enunciato presuppone che “sentirsi responsabili” e “arruolarsi” siano risposte attese, moralmente desiderabili. Questo può indurre i giovani a rispondere in modo conforme per evitare dissonanza o giudizio. Inoltre l’accostamento tra responsabilità e arruolamento attiva uno schema mentale in cui il patriottismo coincide con la disponibilità alla guerra, normalizzando l’idea che la partecipazione al conflitto sia un dovere civico. Chi non si riconosce in questa visione rischia di percepirsi come manchevole, codardo o disimpegnato, innescando un senso di colpa indotto.

In un contesto scolastico dove l’autorità dell’istituzione è forte e l’identità personale è ancora in formazione, questo tipo di sollecitazione può avere effetti profondi sulla costruzione del sé e del rapporto con lo Stato.

Questo questionario non è un episodio isolato. Si inserisce in un clima politico in cui il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha rilanciato l’idea della leva volontaria come strumento di “educazione civica” e “coesione nazionale”. Parallelamente, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha auspicato che le università italiane offrano corsi di filosofia ai militari, per “formare coscienze critiche” e “rafforzare l’identità nazionale”. Ma quale filosofia si intende proporre ai militari? Se si trattasse di filosofia morale, ci si aspetterebbe un’analisi critica della guerra, della violenza, della disobbedienza civile, della giustizia. Se invece si trattasse di una “filosofia della guerra” intesa come glorificazione dell’ethos militare, allora il rischio è quello di costruire una sovrastruttura ideologica che legittimi il bellicismo come valore fondante della cittadinanza.

La convergenza tra educazione, difesa e identità nazionale non è nuova nella storia europea. Dai manuali scolastici del primo Novecento alle retoriche patriottiche del secondo dopoguerra, l’istruzione è stata spesso usata come veicolo di manipolazione delle coscienze. Oggi, in un contesto di crisi geopolitica e riarmo globale, si intravede il tentativo di rilegittimare la guerra come strumento di coesione sociale, invertendo decenni di cultura pacifista.

In questo quadro, la domanda del questionario Agia non è neutra. È un tassello di una narrazione che mira a normalizzare la guerra come orizzonte possibile, a moralizzare l’obbedienza e a colpevolizzare il dissenso.

Se davvero si vuole formare una cittadinanza critica, la scuola dovrebbe educare alla pace, alla nonviolenza attiva, al pensiero di Kant, Arendt, Galtung, Capitini. Ci si dovrebbe interrogare sul potere, sull’obbedienza, sulla responsabilità individuale nei sistemi violenti. Solo così si può evitare che l’educazione diventi propaganda, e che la filosofia venga ridotta a strumento di addestramento ideologico.

“La guerra non si può umanizzare. Si può solo abolire”, Albert Einstein.