Cristina Carrasco Bengoa e Carme Diaz Corral (a cura di), Economia femminista. Proposte, pratiche e sfide, Edizioni Alegre, pagine 160, euro 14.

Marcella Corsi, che ha curato la traduzione del volume, nella sua premessa apre il libro parlando di Olympe de Gouges, femminista ante litteram che riprese e riscrisse punto per punto la ‘Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo’, stilando una ‘Dichiarazione universale dei diritti della donna e della cittadina’. De Gouges fu ghigliottinata nel 1793 per aver “dimenticato le virtù che convengono al suo sesso” ed “essersi immischiata nelle cose della repubblica”.

Da qui il libro si dipana per spiegare, nei saggi che lo compongono, come l’inganno del neutro – come lo chiama Luciana Castellina ne “Il femminismo della mia vicina” (Luciana Castellina e Ginevra Bompiani, Manni editore, pagine 101, euro 14) – se riguarda tutte le scienze sociali, tocca in particolare l’economia, che dalla sua origine descrive il mondo come il campo di gioco dell’homo oeconomicus, che agisce sempre in base a scelte egoistiche e al puro interesse personale.

Ma è questo, spiega il libro, il grande inganno del neutro: voler celare il conflitto irrisolvibile tra l’accumulazione di capitale e la possibilità su questo pianeta della vita umana, che è vulnerabile, necessita della natura, comporta l’interdipendenza con gli altri esseri viventi e con gli esseri umani che se ne prendono cura in particolar modo in alcune fasi come l’infanzia, la malattia e la vecchiaia.

Voler nascondere l’insostituibilità di natura e cura, come fossero la base sommersa di un iceberg visibile solo per la parte monetizzabile, è ingannevole. Fingere che il capitale possa tutto, che possa sostituire le risorse finite del pianeta, raccontare che con infinito capitale si può anche coltivare il deserto, è illusorio. E ciò che serve è un’attività capillare di pedagogia popolare autorganizzata che spieghi, ad esempio, come coltivare il deserto comporti la spoliazione di risorse naturali che il ciclo lungo della natura non avrà il tempo di rigenerare, e spieghi lo sfruttamento del lavoro mercificato e a basso costo reso disponibile dalla cura diretta e indiretta della vita umana scaricata sulle donne e resa invisibile.

Ma, siccome questo è un libro scritto da donne che progettano una grande rivoluzione e una sovversione del sistema capitalista, l’azione parte da subito e si dà un’organizzazione che distingue livelli di attività locali, medi e globali, e tempi da immediati a lunghi.

Così, senza dover aspettare la grande rivoluzione, il fare può iniziare, ad esempio nelle città, con l’appropriazione di spazi comuni autorganizzati che pezzo per pezzo finiscono per produrre un altro modello di città. In cui il collettivo, la salvaguardia dei beni comuni pezzetto per pezzetto sottratti alla monetizzazione, l’emersione della necessità della cura reciproca di chi nello spazio comune vive, non si contrappongono alla democrazia rappresentativa ma semmai la proteggono dal mercato. Così si può agire nelle campagne, nelle imprese solidali, nell’ecologia, integrando da subito punto di vista e azione femminista nella quotidianità, spingendo tutte le discipline economiche alternative al capitalismo a integrare il punto di vista femminista per non cadere anch’esse nuovamente nell’“inganno del neutro”.