
Il 26 dicembre 2024 papa Francesco aprì la Porta Santa dentro il carcere di Rebibbia: la prima ad essere aperta dopo quella di San Pietro, a simboleggiare il carcere come luogo dove può esistere anche una sacralità, a fronte del rifiuto, dell’esclusione e della separazione dalla “società civile”, che sempre più ne fa una istituzione chiusa, totale, estranea. Il Giubileo della speranza, si disse, doveva essere speranza per tutti gli esclusi, per tutti coloro che vengono considerati scarti, da allontanare ed espellere.
In quella occasione, come in tante altre, alta si levò la denuncia, da parte di molti, dello stato in cui versano gli istituti penitenziari, le condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti.
A distanza di un anno nulla è cambiato, anzi le condizioni sono peggiorate, basta vedere i dati del sovraffollamento, che ormai ha superato il 137%, con istituti che addirittura sforano il 240%. Basta leggere le cronache che quotidianamente ci dicono della negazione di diritti fondamentali, come il diritto alla salute, o il diritto all’affettività che, nonostante la sentenza della Suprema corte di gennaio dello scorso anno, ancora non risulta praticabile ed esigibile. Basta guardare il numero dei suicidi, che riguardano anche il personale, e degli atti di autolesionismo.
E’ in questo contesto che un cartello di associazioni, fra le quali la Cgil, il 10 dicembre scorso, in occasione della Giornata mondiale dei Diritti umani, all’interno del memorial Stefano Cucchi, ha inteso portare ancora una volta l’attenzione su questi luoghi di privazione dei diritti e di umiliazione della dignità umana.
L’iniziativa si è tenuta in piazza Montecitorio, ed i vari interventi si sono succeduti di fronte a settantatré sagome (oggi sarebbero già settantaquattro…), in ricordo delle persone che a quella data si erano tolte la vita in carcere. Ogni sagoma portava scritto il nome della persona, per restituire l’identità che il carcere toglie, ma molte erano comunque anonime. Perché siamo di fronte anche all’assurdo che di molte persone ristrette non si sa neanche l’identità, la provenienza, forse neanche bene il reato commesso. Molte sono in carcere in attesa di giudizio, quindi ancora non dichiarate colpevoli, senza sapere a quale pena saranno, nel caso, condannate.
Nel nostro intervento a nome della Cgil abbiamo ripetuto e sottolineato quanto da tempo affermiamo: come una organizzazione sindacale confederale e generale non possa non occuparsi di questo tema, che riguarda i diritti sanciti dalla Costituzione, i diritti individuali e collettivi, in definitiva lo stato della democrazia nel paese. Abbiamo ricordato le parole con cui, nell’ormai lontano 1996, Luigi Agostini introduceva un seminario dedicato a questo tema. “un pesante silenzio grava da tempo sulla questione carceraria… Nostro obiettivo è quello di riportare l’attenzione su tale realtà, rappresentando il carcere una questione paradigmatica, un caso estremo di esclusione sociale, sia di contribuire a costruire e generalizzare una cultura democratica su carcere e sicurezza e, insieme, un’iniziativa permanente del movimento sindacale…i dati sono sempre più allarmanti… il carcere si conferma sia come un grande contenitore di sofferenza individuale e sociale, sia come ‘grande pattumiera’ della nuova marginalità sociale, sia come metro della misura della crisi della giustizia penale”.
Sono parole di una attualità sconcertante. Da allora la situazione è andata sempre peggiorando, con celle da quattro che ospitano otto persone, spazi per le attività e la socialità trasformati in celle, assoluta carenza (quando non assenza) di opportunità formative e di lavoro. E le spinte giustizialiste di questo governo hanno fatto precipitare la situazione. Avevamo un sistema di giustizia minorile fra i migliori; oggi, dopo i vari decreti Cutro, Caivano, per la prima volta anche gli Istituti penali per minorenni sono sovraffollati e molti giovani si trovano a scontare la pena in carceri per adulti.
La richiesta che si è levata, da tutti i partecipanti, è stata quella di un serio provvedimento di clemenza: amnistia e indulto, insieme a politiche che davvero intervengano sulle condizioni di vita delle persone ristrette, dando concreta applicazione all’articolo 27 della Costituzione: formazione, istruzione, lavoro, salute. Umanizzare e modernizzare, come sancito dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali per i diritti dell’uomo, l’esecuzione della pena, aprendo il carcere alla società civile, alle scuole, alle università, al mondo del lavoro.
E’ stato lanciato un appello per sostenere queste richieste, che contiene la convocazione di una assemblea aperta a Roma il 6 febbraio prossimo, che veda la partecipazione di associazioni, organizzazioni, volontari, operatori sociali, penitenziari e sanitari che discutano insieme proposte e strumenti per realizzarle, e che sostengano con ancora maggior forza le richieste di amnistia e indulto.
