Rappresentanti sindacali e delegati oggi nelle aziende sono persone che si candidano un po’ spinte dal vento dell’emotività propria, un po’ dagli altri e un po’ anche, diciamolo, casualmente. Fare sindacato attivo, quello vero, non è semplice. È quasi un secondo lavoro, ma non mi piace definirlo così. Meglio interpretarlo come una missione sociale, con il compito di svolgere azioni e pensieri politici, sociali, di dibattito, di cultura anche fuori dalle aziende.

Quello che portano in azienda le lavoratrici e i lavoratori è frutto di complessità esterne, vissuti personali o di amici, di proprie dinamiche familiari e territoriali. Noi rappresentanze abbiamo il dovere di essere un minimo preparate ai molteplici stimoli totalmente differenti tra loro che ogni giorno assorbiamo da persone completamente diverse che si rivolgono a noi.

Bisogna capire bene come va interpretato il ruolo da delegatə sindacale oggi, in questa realtà dei “tempi moderni”. Non ci sono più le lotte operaie di una volta, la classe proletaria non è più assimilabile a quella degli anni passati. Il mondo si è evoluto, o arretrato, verso un egoismo dettato da fattori multipli, quali difficoltà economiche per le crisi finanziarie e del carovita, o il fatto che la società ci ha portato a diventare assetati di tutto ciò che è presente nel gradino superiore rispetto al nostro e che ancora non abbiamo raggiunto.

È iniziata la nota guerra dei poveri, in cui il singolo che raggiunge lo step successivo deve essere anche rassicurato che il vicino abbia di meno, sia comunque in una situazione peggiore. Le persone attingono concetti ad hoc diffusi da quel genere di politica di destra che ormai ha globalizzato il mondo.

Il pensiero di molti afferma che la colpa del nostro malessere è sempre degli altri. Non si va più a votare “perché non serve a niente”, scioperare neanche perché è più semplice affibbiare la colpa ad altri, e tutto risulta irrisolvibile. Disinteresse completo verso tutto e tutti, anche verso il sindacato che a sua volta “non serve a nulla”, secondo le loro teorie.

Tornando nelle fabbriche, con il “divide et impera” le aziende si stanno attestando a uniche parti vittoriose. Vi è un aumento delle contrattazioni individuali, che generano anche una sorta di meccanismo perverso di inconscio ringraziamento del dipendente verso l’azienda, mischiato a malessere. La forza collettiva sta venendo piano piano a mancare.

Siccome le persone non si ascoltano più, penso che oggi il delegato sindacale, come primo incarico, sia chiamato all’arduo compito di ascolto. Non è assolutamente cosa facile e, anzi, capacità molto rara. Assorbire il malessere generalizzato da altre persone, senza dare giudizio, è estremamente arduo. Capire con una certa obiettività ciò che è lamentio e brusio da bar o ciò, invece, che è qualcosa di più profondo e magari mal espresso, non è mestiere facile. Bisogna bilanciare e cercare di effettuare un’analisi, ricordando sempre che ciò che viene espresso non sarà la verità assoluta, ma una visione magari specifica che non sempre guarda l’insieme. Insomma, è una faticaccia fatta di equilibrio e pazienza.

Oggi, con le attenzioni maggiori a benessere, inclusività, diversità, sostenibilità, equità, work life balance – e chi più ne ha più ne metta – le aziende hanno risaltato un’attenzione maggiore verso le tematiche di welfare lavorativo, ma spesso è solo per mero interesse di marketing. Non è abbastanza. Secondo alcuni, invece, bisogna che le rappresentanze lavorino per una contrattazione di secondo livello che punti anche – e secondo me maggiormente – su ciò che alla popolazione lavorativa sembra non interessare più: l’aiuto concreto alle situazioni di bisogno e fragilità. Questo è il semplice mutuo soccorso al vicino che è in una situazione di difficoltà più della nostra. Questa solidarietà è venuta a mancare ed è invece quello che serve. Perché è questo che le aziende stanno piano piano togliendo. Si percepisce che il lavoro del futuro sarà un lavoro aggressivo, che non vorrà dare spazio ai più deboli.

Le rappresentanze sindacali, nonostante gli ostacoli per la ‘disunità’ e per le strade opposte prese da certe sigle, mai come oggi, quando mille difficoltà si sommano alla complessità del mondo e allo spaventoso risveglio fascista e di guerra, sono chiamate a diventare punti di riferimento autorevoli, attivi e presenti in una certa quotidianità dentro e fuori le aziende. Le nuove generazioni devono essere guidate a ritrovare quei valori di classe che si sono piano piano affievoliti.

Concludo con una riflessione personale. Non sono d’accordo con chi sospetta che sia troppo tardi. Osservo da parte del movimento giovanile quella scintilla a volerci provare, quella voglia di cercare di cambiare le cose. Una speranza è rimasta accesa. Se ognuno darà il suo piccolo contributo attivo per alimentarla avremo sicuramente migliorato qualcosa, nel lavoro e fuori.

Come “prime linee”, le Rsu del 2026, partecipando e trasmettendo partecipazione, avranno sicuramente un ruolo importante nel cambiamento.