
Da almeno dodici anni a questa parte la Confederazione Internazionale dei Sindacati (Ituc-Csi) presenta, in occasione della Conferenza internazionale del Lavoro dell’Ilo, il Global Rights Index (“Indice globale dei diritti”).
L’edizione del 2025 classifica 151 paesi in base al rispetto dei diritti dei lavoratori e rileva che l’Europa ha raggiunto il livello più basso dal lancio dell’Indice nel 2014, nel segno dell’erosione continua registrata negli ultimi quattro anni. Sebbene rimanga la regione meno repressiva dei diritti dei lavoratori su scala mondiale, in Europa si registra un continuo deterioramento dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Secondo l’Indice, che classifica i paesi da 1 (la migliore situazione) a 5 (la peggiore situazione), l’indice medio per i paesi europei è sceso a 2,78 nel 2025, rispetto a 2,73 del rapporto 2024.
Purtroppo l’erosione dei diritti dei lavoratori riguarda un po’ tutto il mondo, ma l’Europa è fra le tre regioni che hanno assistito a significativi peggioramenti, insieme alle Americhe e all’Africa, mentre Asia-Pacifico, Medio Oriente e Nord Africa hanno registrato miglioramenti marginali. Il Medio Oriente e il Nord Africa sono rimaste le regioni con la peggiore situazione a livello mondiale.
Secondo l’Indice, i dieci paesi peggiori per i diritti dei lavoratori nel 2024 sono stati Bangladesh, Bielorussia, Ecuador, Egitto, Eswatini, Myanmar, Nigeria, Filippine, Tunisia e Turchia, mentre Camerun, Colombia, Guatemala, Perù e Sudafrica si sono caratterizzati addirittura per l’assassinio di attivisti e dirigenti sindacali.
Ma violazioni dei fondamentali diritti sindacali – quelli stessi che i governi dovrebbero garantire perché parte integrante delle norme fondamentali dell’Organizzazione Internazionale del lavoro (Ilo-Oil) – sono ampiamente diffuse: violazioni del diritto di sciopero si riscontrano nell’87% dei 151 paesi monitorati, del diritto alla contrattazione sindacale nell’80% dei paesi, della libertà di organizzazione sindacale e del diritto di istituire sindacati rispettivamente nel 75% e nel 74% dei paesi. E ancora nel 45% dei paesi è violato il diritto alla libera espressione nelle assemblee sindacali, in 71 paesi lavoratori e sindacalisti subiscono arresti e detenzioni, e in 40 paesi subiscono violenze da squadracce padronali o da “forze dell’ordine”.
Tornando all’Europa, il quadro è piuttosto eterogeneo. Ad esempio, l’indice della Georgia è peggiorato da 3 a 4 a causa delle violazioni sistematiche dei diritti dei lavoratori. Il rapporto cita in particolare la legge sulla “influenza dall’estero”, introdotta nel 2024 senza consultazioni con i sindacati. Il paese è stato una delle due nazioni europee a vedere un calo importante del proprio indice.
Anche l’Italia ha registrato un peggioramento dei diritti, con passaggio dell’indice da 1 del rapporto 2024 all’attuale 2, dovuto alle misure repressive introdotte dal governo Meloni.
Nell’Europa centro-orientale, la Slovacchia e la Moldavia hanno mantenuto l’indice pari a 2 a causa di “violazioni reiterate” dei diritti del lavoro. Al contempo, dopo un aumento del ranking nel 2024, l’indice di quest’anno per la Romania si è attestato a 3, che indica “violazioni costanti”, nonostante le iniziative di dialogo sociale in corso. Anche l’Albania, la Bosnia ed Erzegovina, la Bulgaria, il Montenegro e la Polonia mantengono un indice pari a 3.
Il punteggio dell’Ungheria è rimasto pari a 4, evidenziando “violazioni sistematiche” dei diritti del lavoro dovute a un contesto che limita in maniera significativa il dialogo tripartito. Nei Balcani occidentali, la Serbia e la Macedonia del Nord hanno mantenuto un indice pari a 4 a causa dell’accesso limitato alla contrattazione collettiva e delle restrizioni alla libertà di associazione.
Nel complesso, l’Indice Ituc-Csi ha rilevato che i lavoratori e le lavoratrici di oltre il 50% dei paesi europei avevano accesso limitato o nessun accesso alla giustizia, rispetto alla proporzione di circa il 33% nell’anno precedente. Secondo il rapporto, anche il diritto di sciopero è stato limitato o negato nel 73% dei paesi europei.
Il rapporto evidenzia la necessità di sforzi costanti per promuovere il dialogo sociale, garantire l’applicazione di una legislazione del lavoro equa e creare un ambiente favorevole alla contrattazione collettiva. In questo contesto, l’Oil continua a sostenere governi, sindacati e organizzazioni datoriali nelle loro relazioni, con l’obiettivo di rafforzare i diritti dei lavoratori e creare luoghi di lavoro inclusivi e democratici in Serbia, Ucraina, Montenegro, Moldavia, Georgia, Macedonia del Nord, Bosnia ed Erzegovina e Albania.
Ma, ovviamente, l’affermazione dei diritti del lavoro passa per un rafforzamento del radicamento e della mobilitazione dei sindacati nazionali e per una migliore capacità della Ces, per quanto riguarda l’Europa, di produrre posizioni e iniziative comuni tra le confederazioni dei diversi paesi, in un contesto di rafforzata autonomia dai governi e dalla Commissione europea.
