E’ stata la stessa maggioranza che sostiene il governo Maloni a cancellare dal ddl Pmi gli articoli relativi allo scudo penale per i committenti della moda, che in questo modo non avrebbero avuto alcuna responsabilità rispetto al lavoro nero e allo sfruttamento che pure attanagliano l’intera filiera.
Era stato l’ineffabile ministro Urso a predisporre lo scudo penale per le società capofila, guarda caso dopo che scandali e indagini avevano colpito anche i grandi marchi del made in Italy, messi sotto inchiesta dalla magistratura che aveva scoperto come borse da migliaia di euro vengano prodotte lungo una filiera – la catena del subappalto – dove ci sono lavoratori che fanno 12 ore al giorno pagate 3 ore, dormendo nei capannoni in condizioni igieniche disastrose e senza la pur minima sicurezza sul lavoro.
Lo scudo penale era stato subito contestato a gran voce dal sindacato, che aveva avviato una mobilitazione basata su una osservazione di buon senso: nella filiera la responsabilità dello sfruttamento e del lavoro grigio e nero non può fermarsi all’ultimo anello della catena, ai padroncini in massima parte cinesi che hanno le commesse delle grandi griffe. E le autocertificazioni proposte dal ministro Urso avrebbero prodotto, invece di controlli reali, una deresponsabilizzazione dei grandi marchi, che pure avrebbero il potere di indirizzare eticamente le produzioni, senza sfruttare gli operai e assicurando loro il rispetto del contratto nazionale di categoria.
Per il sindacato, ma anche agli occhi dell’opinione pubblica, difendere il made in Italy vuol dire tutelare le aziende che investono su lavoro regolare, sicurezza e diritti. Non certo quelle che scaricano responsabilità e costi sui lavoratori più deboli. Così, cancellato lo scudo penale, ora può davvero partire una discussione che si ponga l’obiettivo di arrivare a politiche industriali degne di questo nome nella filiera della moda.
