
Nei giorni scorsi si è delineato con chiarezza lo scenario verso cui le istituzioni europee stanno approdando in materia di politiche migratorie, determinando un drastico indebolimento del diritto di asilo.
Lo scorso 3 dicembre la Commissione Libe (Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni) del Parlamento europeo, grazie all’asse tra Ppe e ultradestra, ha votato la proposta di mandare i richiedenti asilo in paesi terzi considerati sicuri.
Finora il trasferimento era possibile solo se il migrante aveva un legame, ad esempio, con un familiare nel paese in questione, o se vi era transitato già altre volte: quello che si definisce “elemento di connessione”, ora superato, perché sarà sufficiente un accordo dell’Ue o dello Stato nazionale con quel paese, che gestirà la domanda di asilo del migrante.
Il punto più significativo, introdotto dalla Commissione, sottolineato e ampliato dal Consiglio europeo, riguarda il concetto di paesi terzi sicuri ai quali gli Stati membri intendono subappaltare i richiedenti asilo. Un migrante sbarcato a Lampedusa potrebbe essere spedito in un paese terzo “sicuro”, se esiste un’intesa in questo senso, senza che il migrante abbia a che fare con quel paese. E se una domanda viene giudicata inammissibile, in caso di ricorso la sospensiva al trasferimento non sarà automatica, ma andrà riconosciuta da un giudice. Non solo, durante l’esame della richiesta d’asilo, ma in modo definitivo, la persona migrante resterà dove è stata spedita anche dopo l’eventuale riconoscimento della protezione internazionale.
L’obiettivo di Stati membri e istituzioni comunitarie è cancellare il principio fondamentale della territorialità, che ha caratterizzato finora il sistema d’asilo europeo. Tutto il meccanismo potrà essere esternalizzato: la garanzia di un diritto fondamentale viene sepolta in funzione di interessi politici.
Questa accelerazione e determinazione da parte delle istituzioni comunitarie risponde esclusivamente alla esigenza di soddisfare i sentimenti anti immigrazione che le destre in molti contesti nazionali dell’Unione alimentano da anni. Mentre si fa sempre più spazio tra l’opinione pubblica il concetto di “remigrazione”, le istituzioni a livello comunitario e su base nazionale sono impegnate a dimostrare che respingimenti e rimpatri rappresentano gli elementi portanti delle politiche migratorie. Una stretta senza precedenti, un passaggio epocale che nei prossimi anni avrà conseguenze durissime sulla vita di centinaia di migliaia di migranti.
Non mancano le contraddizioni di questo modello di politiche migratorie. Da un lato, si contrastano gli sbarchi attraverso operazioni di pattugliamento e respingimenti affidati a paesi come Libia e Tunisia, con finanziamenti, addestramenti e forniture di mezzi ai ripetitivi apparati militari e di polizia. Dall’altro, si continuano a gestire le politiche migratorie sugli ingressi regolari attraverso meccanismi complessi e farraginosi che di fatto hanno come conseguenza l’incremento del numero di persone non regolari: ormai la maggior parte degli irregolari sono il risultato di politiche e norme che rendono quasi impossibile la regolarizzazione e il suo mantenimento nel tempo. Vedi il caso italiano, con i decreti flussi, dove si programmano ingressi regolari per circa 500mila persone in tre anni, quando meno del 20% delle persone arrivate in Italia riescono ad avere un vero lavoro e un documento regolare di soggiorno.
In occasione del 18 dicembre, Giornata internazionale del migrante, la Cgil insieme ad un cartello di associazioni, ha lanciato un appello e chiede al governo di intervenire a favore delle persone migranti vittime di cattivo reclutamento attraverso i decreti flussi: in “diverse occasioni in passato, il governo con un atto amministrativo, una semplice circolare, ha chiarito il diritto di lavoratori nelle stesse condizioni ad ottenere un permesso di soggiorno”. “Per questo, raccogliendo l’appello che arriva proprio dai lavoratori stranieri che hanno partecipato al Decreto Flussi e che si sono mobilitati nelle scorse settimane – continua il testo – chiediamo al governo e a tutte le istituzioni di garantire il diritto di tutte le persone vittime delle truffe o che al loro ingresso non hanno trovato il datore di lavoro che ne aveva fatto richiesta ad ottenere un permesso di soggiorno per lavoro o attesa occupazione, come già previsto dalla circolare n. 3836 del 20 agosto 2007 del ministero dell’Interno”. “Saremo al fianco di tutte le vittime di truffe o raggiri per ottenere giustizia, perché l’Italia ha bisogno di lavoratori e lavoratrici in regola e non di ulteriore forza lavoro ricattabile da sfruttare e oggetto anche della propaganda xenofoba e securitaria”.
Lo stesso 18 dicembre si è tenuta una manifestazione a Roma, in piazza Capranica, per chiedere la garanzia di un permesso di soggiorno per i migranti vittime delle truffe dei decreti flussi.
