
Non una di meno. Sono storia, presente e futuro le lavoratrici de La Perla. Donne che hanno combattuto e vinto. Ora che possono tirare un sospiro di sollievo, raccontano con giustificata soddisfazione una vertenza durata due anni, fra enormi reggiseni portati in piazza, sdraio e ombrelloni piantati in agosto davanti ai cancelli della fabbrica, trasferte di gruppo al ministero a Roma e anche a Bruxelles alla commissione Ue, alberi di Natale con al posto delle palle bamboline che si tengono per mano fatte con gli scampoli di tessuto e cucite da loro. Quando il lavoro non c’era più, e neppure gli stipendi, non si sono mai arrese. E ce l’hanno fatta. “La nostra lotta sarà ricordata a lungo, ci siamo fatte conoscere ovunque”, dice con orgoglio Stefania Prestopino, combattiva delegata sindacale per la Filctem Cgil.
L’azienda bolognese di intimo di lusso famoso in tutto il mondo ha rischiato di chiudere per sempre, di sparire dal mercato. “Anni di incertezze e di lotta quotidiana – ricorda Prestopino – ed è stata una soddisfazione impagabile rientrare in fabbrica il primo ottobre e firmare i nuovi contratti di lavoro”. La svolta è arrivata in estate, quando il miliardario statunitense Peter Kern, ex ceo di Expedia, ha deciso che il gioco valeva ampiamente la candela, salvando il lavoro di tutto il personale, circa 210 addetti, in stragrande maggioranza donne. “Abbiamo tenuto insieme quello che la speculazione finanziaria stava smontando pezzo per pezzo”.
Mentre la filiera della moda è attraversata da numerosi casi di sfruttamento e lavoro irregolare, finiti spesso su giornali e tv, La Perla diventa l’esempio opposto: “Il lavoro corretto, retribuito in modo giusto, di qualità, è un obiettivo raggiungibile quando una comunità decide di proteggere ciò che conta davvero”.
Prestopino è entrata in La Perla nel 2004, più di vent’anni fa, testimone di una storia gloriosa, di donne che per settant’anni hanno prodotto capi di abbigliamento intimo indossati da altre donne. Ma ogni rosa ha le sue spine. “Fu Ada Masotti a fondare l’azienda, nel 1954, poi le subentrò il figlio Alberto. Ai tempi d’oro, La Perla aveva 1.800 dipendenti, insomma una grande azienda della moda. Oggi però siamo rimaste poco più di 200”. Una discesa agli inferi iniziata nel 2008, con la vendita a JH Partners, un fondo di private equity di San Francisco. “Purtroppo quel passaggio segnò l’ingresso in azienda della finanza speculativa, che invariabilmente porta con sé riduzione del personale e cassa integrazione”.
La speranza di una svolta arriva nel 2013, quando La Perla viene acquistata da Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb, che promette grandi investimenti. “Anche questa gestione si rivela però fallimentare – sottolinea la sindacalista – l’azienda viene divisa, e il marchio delocalizzato a Londra”. Il colpo di grazia arriva nel 2018, con il passaggio al fondo anglo-olandese Sapinda (Tennor Holding), guidato da Lars Windhorst. “Una crisi non dovuta al calo della domanda – tiene a precisare Prestopino – visto che dal 2018 al 2023 le vendite erano rimaste stabili. Ma con il passare del tempo non venivano più acquistate le materie prime e pagati i fornitori, di conseguenza non si lanciavano più nuove collezioni, l’ultima risale al 2021”.
Le artigiane della fabbrica di via Mattei erano familiarmente chiamate ‘le perline’. Ingegnose, abili, brave, si sono inventate modelli di reggiseni senza ferretti, quando sono terminati i ferretti, e modelli che si infilavano senza gancetti quando sono finiti anche quelli.
I debiti però si moltiplicavano, perché la nuova proprietà mostrava di non aver alcun interesse a investire per rinnovare le produzioni. Così uno dopo l’altro hanno iniziato a chiudere i 150 negozi La Perla. “Oltre ai nostri stipendi non venivano più pagati i magazzini, la logistica, i sistemi informatici, la piattaforma eCommerce, la posta elettronica, il medico aziendale, anche la società di pulizie”. Un tracollo.
Senza stipendio, costrette ad attendere perfino l’arrivo degli ammortizzatori sociali, le ‘perline’ hanno, nonostante tutto, continuato a lottare. “Qualcuna di noi purtroppo è dovuta entrare in Naspi, lasciando il posto di lavoro. Siamo quasi tutte donne, abbiamo un’età media intorno ai cinquant’anni, rientrare sul mercato non è facile. E chi ce l’ha fatta, sarte specializzate richieste da altri marchi, ha dovuto accettare contratti peggiori rispetto a quelli che avevano qui. Pensa che a una modellista in La Perla da 36 anni hanno proposto ottocento euro al mese, con un contratto a tempo determinato di soli tre mesi, per insegnare il mestiere”.
Abituate a lottare (“abbiamo una stanza stipata di tamburi, cartelloni, striscioni sempre pronti all’uso”), anche grazie ai sindacati di categoria sono riuscite a superare ostacoli che sembravano insormontabili. “Un ginepraio, un tunnel burocratico che sembrava non avere mai fine. Eppure non ci siamo arrese”. Ma quest’anno è arrivato finalmente un Natale vero, di quelli che si possono festeggiare con la famiglia sapendo di avere riconquistato il proprio lavoro.
