Riflessioni a ruota libera tra Jannacci, Camera del Lavoro, piazza Duomo a Natale….

Quarantatrè anni a Milano. Dalla Puglia. Non ero stato tra quelli partiti per bisogno. Il mio lavoro giù al paese l’avrei trovato. Sono partito per curiosità, per conoscere, per imparare. E per non accettare i compromessi anche politici della vita di paese.

Ero passato qualche mese prima da Sesto San Giovanni, avevo visto per strada i grandi cartelli che recitavano gli articoli della Costituzione. Ed ho pensato che sarebbe stato bello venire qui, nella città delle lotte per i diritti, dei servizi pubblici che funzionavano, dei mille luoghi di cultura e di aggregazione, della Camera del Lavoro più grande d’Europa… Ho fatto la scelta giusta: a Milano ci sarei dovuto rimanere pochi anni, ci sono rimasto e basta.

Qualche sera fa sono andato verso il centro: volevo vedere il grande albero di Natale acceso in piazza Duomo e partecipare al rito della festa del patrono della città insieme a tanta gente per strada, sotto le luci natalizie. Un modo anche questo, per me, di sentirmi parte di questo luogo, non soltanto semplice residente.

Devo dire la verità: ne sono uscito infastidito. Infastidito dall’inquinamento acustico e visivo dei tanti video pubblicitari sparati ovunque, dalle vetrine leziose e finte, dal trionfo del consumo e dell’invito ossessivo a consumare. Ovunque. Persino sotto il grande albero di piazza Duomo dove il romanticismo delle lucine rimane offuscato dalla luce abbagliante e invasiva degli igloo pubblicitari sottostanti che lo circondano, con alla sua sinistra un catafalco dedicato ai prossimi giochi olimpici che spezza la vista e la bella ampiezza della piazza.

Se piazza Duomo è il luogo simbolo di Milano, allora quello che si vede lì e nelle vie adiacenti in questi giorni è la cifra di quello che Milano è diventata: opulenza ostentata, finzione, sollecitazione al consumare compulsivo, messa a profitto di tutto, perfino del grande albero di Natale.

Qualche ora prima ero stato in un altro luogo, sempre del centro, la Camera del Lavoro di corso di Porta Vittoria. In quel luogo, più di quattrocento persone stipate nell’auditorium, e io con loro, hanno ascoltato per due ore le canzoni di Enzo Jannacci, cantate da Alessio Lega: storie di prostitute, piccoli mariuoli, barboni, operaie davanti alla fabbrica, amori gratuiti. Un’altra Milano, per le storie raccontate e per il luogo in cui sono state cantate. Il contrasto con la piazza Duomo che ho attraversato dopo il concerto è stato stridente.

Ma il concerto per Jannacci mi ha fatto vividamente percepire che quello di piazza Duomo a Natale non è l’unico modo di stare in questa città. Anche oggi. C’è dell’altro, c’è un’altra Milano ed è viva anche se non comanda. Non comanda ma resiste: si oppone alla vendita dei beni comuni, difende il patrimonio pubblico, ricerca e sperimenta altri modi di vivere insieme, altri modi di stare in città, solidali e gratuiti, prova a costruire comunità elettive in cui per tutti ci siano diritti e bellezza.

Vedo questa città resistente in via Padova, al Giambellino, al Corvetto, nella Milano che non scintilla. E’ da questi luoghi che oggi, dopo quarantatrè anni, si rinnova il mio amore per questa città, nel nome della Camera del Lavoro strappata ai fascisti ottant’anni fa, nel nome di Enzo Jannacci e di tutti gli altri.