
L’11 dicembre scorso il Portogallo si è fermato. Lo sciopero generale, proclamato nello stesso giorno dai due sindacati Cgtp, maggioritario e a direzione comunista, e Ugt d’ispirazione socialista, ha bloccato tutto il paese con adesioni altissime: per la Cgtp sono stati 3 milioni su 5,3 milioni gli scioperanti, mentre l’Ugt afferma che le adesioni sarebbero state maggiori. Le grandi aziende, come la filiale portoghese della Volkswagen, sono rimaste deserte. La paralisi dei servizi pubblici è stata totale. Scuole, trasporti, uffici bloccati.
Il governo di destra, dopo aver approvato, grazie all’astensione dei socialisti, la legge di bilancio, spese militari e tagli alla spesa sociale inclusi, si è sentito così forte da provare l’affondo sulla legislazione del lavoro. Contava anche sull’appoggio del partito di estrema destra Chega, che è all’opposizione.
Il governo ha annunciato il pacchetto legislativo più radicale e regressivo degli ultimi decenni. Nessun governo conservatore si era mai spinto a tanto nel rovesciare la legislazione del lavoro: il via libera illimitato ai licenziamenti individuali; la nullità delle sentenze giudiziarie che ordinano il reintegro di un lavoratore illegittimamente licenziato; il diritto del datore di lavoro di esternalizzare il lavoro attraverso il ricorso all’appalto licenziando i dipendenti, l’obbligo per i lavoratori con figli piccoli di accettare turni nei fine settimana, e l’istituzione di una banca delle ore individuale che di fatto avrebbe eliminato la retribuzione degli straordinari.
In un tentativo disperato e tardivo di dissuadere la popolazione dall’agitazione, il governo ha fatto promesse economiche stravaganti e senza alcuna garanzia: alzare il salario minimo dagli attuali 870 a 1.600 euro e il salario medio da 1.600 a 3.000 euro. Promesse cadute nel vuoto più assoluto.
Allo sciopero hanno partecipato persone che non avevano mai scioperato in vita loro. Lo sciopero ha raggiunto adesioni senza precedenti, forse superiori anche a quelle del grande sciopero – anch’esso unitario – del 2010 contro le politiche di austerità del governo monocolore socialista. Allora il mancato accoglimento delle richieste sindacali determinò la successiva sconfitta elettorale dei socialisti e la vittoria delle forze conservatrici, che trassero vantaggio dagli errori della sinistra riformista. Ogni paragone con la storia d’Italia non è casuale…
La massiccia adesione allo sciopero generale dell’11 dicembre ha fatto naufragare il piano. Il governo ha annunciato la riapertura delle trattative sul pacchetto di riforme. In questa nuova fase cerca di rendere la Ugt l’unica interlocutrice, con l’evidente intento di mettere una zeppa tra le due centrali sindacali che, per la prima volta dal 2013, hanno convocato insieme lo sciopero generale. Un altro segnale eloquente del terremoto politico in atto è il repentino cambiamento di posizione di Chega: se un mese prima esaltava il senso delle nuove leggi e attaccava la convocazione dello sciopero, ora passa a esprimere simpatia per le motivazioni degli scioperanti.
Apparentemente ciò significa che il pacchetto, nella sua forma attuale, non può più contare su una maggioranza parlamentare che lo approvi. Ma questo primo importante successo della lotta dei lavoratori non significa che il pericolo sia scomparso. Il governo e il padronato cercheranno certamente altre vie per imporre la loro agenda neoliberista e creare un regime di capitalismo selvaggio.
Il comunicato ufficiale della Cgtp, letto in piazza, ha celebrato lo sciopero generale come una poderosa risposta all’offensiva del governo al servizio dei gruppi economici e finanziari, sottolineando la massiccia partecipazione, specialmente dei giovani e dei lavoratori precari che per la prima volta esercitavano il diritto di sciopero resistendo a pressioni e ricatti. Ha denunciato con forza il contenuto del pacchetto, descrivendolo come un attacco sistematico ai diritti conquistati con la Rivoluzione dei Garofani e sanciti dalla Costituzione: la normalizzazione della precarietà, la facilitazione dei licenziamenti anche quando riconosciuti illeciti, l’attacco alla conciliazione familiare, la gestione della vita dei lavoratori attraverso strumenti come la banca delle ore, l’indebolimento della contrattazione collettiva e il tentativo di limitare la libertà sindacale e il diritto di sciopero.
La Cgtp ha respinto con sarcasmo le ultime promesse salariali del governo, ricordando come l’esecutivo abbia firmato accordi che prevedono aumenti irrisori e continui a proporre misere rivalutazioni per i dipendenti pubblici. L’annuncio di una raccolta nazionale di firme contro il pacchetto, e l’imminente riunione del Consiglio Nazionale della Cgtp per decidere i prossimi passi della lotta, confermano l’intenzione di continuare la mobilitazione.
Il monito è chiaro: la straordinaria forza dimostrata l’11 dicembre è un avviso per il governo che deve ritirare il pacchetto. I lavoratori, uniti e determinati, non accetteranno alcun passo indietro.
