Continuando il suo meritevole monitoraggio dell’industria bellica globale, lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) ha recentemente pubblicato un nuovo Rapporto relativo al 2024.

Il dato più rilevante è il nuovo record raggiunto dai ricavi delle vendite dei cento maggiori produttori di armi al mondo, cresciuti nel 2024 del 5,9% sull’anno precedente, per un totale di circa 679 miliardi di dollari.

Un dato che certamente non sorprende vista la corsa al riarmo, le numerose guerre in corso, i massacri del perdurante conflitto tra Russia e Ucraina, la guerra “civile” in Sudan e il genocidio in corso a Gaza.

Non a caso il maggior aumento dei fatturati riguarda le aziende del Medio Oriente e quelle europee della Top 100 analizzata dal Sipri.

In un certo senso, la vera novità del rapporto è il Medio Oriente, dove sono nove le aziende che rientrano nella Top 100 – numero mai raggiunto prima – per un fatturato complessivo di 31 miliardi di dollari (+14% sul 2023). Ma c’è di più: le tre aziende israeliane, con 16,2 miliardi (+16% sull’anno precedente), pesano da sole per oltre la metà dell’intera regione. Anche qui non sorprendentemente, la crescita del loro fatturato è legata al genocidio in corso a Gaza e alla pulizia etnica attuata in simbiosi da Idf e coloni in Cisgiordania, ma anche all’alta domanda a livello globale di sistemi d’arma israeliani, a partire dai droni e dagli apparati per la loro intercettazione.

Secondo il Sipri, per la Elbit Systems, che si trova al 25° posto tra le maggiori aziende belliche, il 65% dei suoi 22,6 miliardi di dollari di fatturato è derivato da ordinativi internazionali, incluso l’acquisto di droni a lungo raggio da parte di paesi europei, in buona parte per fornirli all’Ucraina. I nuovi contratti con l’esercito israeliano ammontavano a 5 miliardi di dollari. Israel Aerospace Industries (31° in graduatoria) ha confermato la sua seconda posizione tra i maggiori produttori israeliani, con una crescita nell’anno del 13%, mentre Rafael (trentaquattresima) ha aumentato il suo fatturato da armamenti del 23%, portandolo a 4,7 miliardi di dollari. Ma l’ammontare del suo portafoglio ordini è salito al livello senza precedenti di 17,8 miliardi per i suoi sistemi di difesa antimissilistica dopo gli attacchi iraniani con missili di lungo raggio nell’aprile e nell’ottobre del 2024.

La crescita dell’industria bellica israeliana è l’ulteriore conferma della complicità internazionale ai crimini di quello Stato: pressioni internazionali inesistenti, nessuna sanzione, anzi aumento dell’interscambio in armamenti. Il genocidio del popolo palestinese, così come la guerra in Ucraina, si confermano il più grande terreno di sperimentazione e marketing per sistemi d’arma sempre più efficaci e sofisticati!

Infatti, spinti dal crescente riarmo che i governi europei hanno scelto come “risposta” all’aggressione russa all’Ucraina, anche i produttori di armi europei registrano un consistente aumento delle vendite: dei 36 censiti dal Sipri, 23 hanno visto crescere il loro fatturato, con un volume totale in aumento del 13% a 151 miliardi di dollari, il 22% del fatturato totale delle Top 100.

In questo quadro, l’industria bellica italiana cresce, nell’anno, del +9,1% – al nono posto nella graduatoria dei paesi con maggior crescita – e, con il 2,5% del totale, occupa l’ottava posizione per fatturato assoluto, addirittura prima di Israele (2,4%) e della Germania (2,2%). Leonardo è al dodicesimo posto tra le Top 100 (avanza di una posizione) con un fatturato in armamenti di quasi 14 miliardi (erano 12 nel 2023), il 72% del suo fatturato totale. Con un fatturato in armamenti di poco meno di 3 miliardi (34% del totale) Fincantieri si colloca “solo” al 53esimo posto della graduatoria.

Nonostante le sanzioni internazionali, le due aziende russe della Top 100, Rostec e United Shipbuilding Corporation, hanno aumentato i loro ricavi da vendita di armi del 23%, fino a 31,2 miliardi di dollari, e insieme pesano per il 4,6% dei ricavi dell’industria bellica globale monitorata dal Sipri.

L’industria bellica Usa si conferma primo polo globale, con 334 miliardi di dollari di vendite (+3,8%) e sei colossi tra i primi dieci al mondo, mentre la Cina è l’unico paese a registrare, nel 2024, una riduzione del fatturato della propria industria bellica di ben il 10%: le otto aziende cinesi catalogate dal Sipri si fermano a 130 miliardi di dollari. Il Sipri lo lega a molteplici fattori interni, primi fra tutti le inchieste per corruzione del complesso militare-industriale e le diminuzioni dell’attività manifatturiera.

Di questo sembrano approfittare le medie potenze asiatiche: la Corea del Sud, con un aumento delle vendite del 31%, sta diventando il principale fornitore dell’Occidente soprattutto grazie ad Hanwha, che invia agli europei artiglieria, sistemi antiaerei e carri armati. Anche le aziende militari giapponesi hanno aumentato il fatturato del 42%. Una crescita robusta ma che, segnala il Sipri, affronta la dipendenza da minerali critici, soprattutto dalla Cina.