
Il governo Meloni, dietro la propaganda, taglia i servizi sociali, l’assistenza domiciliare, svuota il Servizio sanitario nazionale a favore dei privati, nega il diritto costituzionale alla salute. Tenta di spostare la titolarità della cura degli anziani non autosufficienti dalla sanità pubblica all’assistenza sociale, che significa togliere il diritto alla cura e alla salute a milioni di persone: i diritti sanitari sono costituzionalmente tutelati, mentre quelli sociali sono difficilmente esigibili.
Con la legge delega 33/2023 in materia di non autosufficienza, è stata tradita, svuotata, ridimensionata da parte del governo Meloni – come denunciano la Cgil e lo Spi – la riforma conquistata con una forte mobilitazione sindacale dei pensionati. La sua mancata applicazione evidenzia l’indifferenza della politica e del governo sulla condizione della non autosufficienza. Il Fondo con le risorse previste nel Pnrr è stato svuotato, si sono ridotti gli accessi e i riconoscimenti della non autosufficienza affidando solo all’Inps le procedure, restrittive, per il riconoscimento, e ridimensionando il ruolo dei patronati. Si è scelto di risparmiare sulla pelle delle persone non autosufficienti, di rimuovere la promozione del benessere fisico e psicologico delle persone anziane e in condizione di difficoltà. Si è svalorizzato il lavoro di cura e si sono disconosciute figure come le badanti e i caregiver.
Si è rinunciato a costruire un modello di welfare di sistema in grado di affrontare la nuova sfida epocale di ordine socio-economico e culturale rappresentata dalla transizione demografica e dall’invecchiamento della popolazione. E’ venuto meno il concreto impegno di riconoscimento del diritto delle persone anziane alla continuità di vita e di cure presso il proprio domicilio. Mancano gli interventi per la prevenzione della fragilità delle persone anziane; l’integrazione degli istituti di assistenza domiciliare integrata (Adi) e del servizio di assistenza domiciliare (Sad). Mancano le risorse economiche, i luoghi e i soggetti per garantire in una sede unica i previsti “punti unici di accesso” (Pua), per una valutazione multidimensionale finalizzata a definire un “progetto assistenziale individualizzato” (Pai).
Sulla non autosufficienza e le patologie gravi come l’alzheimer non è accettabile il richiamo indecente alla tenuta finanziaria: sui diritti alla salute non si fanno mercato e austerità sulla pelle dei malati.
Allo stesso tempo, appare irraggiungibile l’obiettivo del Pnrr di almeno 1.038 Case di Comunità pienamente operative entro il 2026. L’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), nel rapporto di monitoraggio del primo semestre 2025, denuncia che rispetto alle 1.723 Case di Comunità programmate, solo 660 (38%) risultano attive con almeno un servizio operativo. Ancora più in ritardo gli Ospedali di Comunità: delle 592 strutture previste, ne risultano attive solo 153 (26%) per un totale di 2.716 posti letto.
Una strategia di deospedalizzazione delle cure e di assistenza sanitaria di prossimità non può realizzarsi senza le indispensabili figure professionali – i medici e gli infermieri – essenziali per la presa in carico dei pazienti. Il rapporto Agenas conferma la grave e cronica carenza proprio di personale medico e infermieristico: senza interventi strutturali nel breve periodo, il rischio concreto è la perdita di tenuta del Sistema sanitario pubblico nazionale, con l’aumento degli squilibri strutturali e delle diseguaglianze regionali e territoriali.
In Italia ci sono 6,9 infermieri ogni mille abitanti, contro gli 8,6 della media Ue e i 13,2 della Germania. Mentre il rapporto infermieri/medici, che negli altri paesi è di almeno 2 su 3, da noi è di 1 su 3, con conseguenti sovraccarico di lavoro, minor tempo per la relazione con il paziente, più alto rischio di errori.
Il Ssn, istituito nel 1978, arretra da anni: il finanziamento pubblico e l’universalismo alla base della riforma non sono più garantiti. Oltre sei milioni di italiani, secondo gli ultimi dati Istat, smettono di curarsi per l’inefficienza del sistema pubblico e per i costi di quello privato, mentre il ricorso ai servizi sanitari pagati direttamente dagli utenti è superiore al 15% della spesa sanitaria totale. Ma anche la quota della spesa pubblica alimenta la privatizzazione attraverso le strutture “accreditate”, dove lo Stato acquista le cure a prezzi che devono coprire anche i profitti dell’industria privata. In molti settori il numero delle strutture private accreditate supera quello delle strutture pubbliche. Il privato domina nel settore delle Rsa, dove è aumentato del 41% tra il 2011 e il 2023.
Anche per questo le pensionate e i pensionati sono scesi massicciamente in piazza il 12 dicembre, in occasione dello sciopero generale della Cgil. E continua in tutta Italia la mobilitazione a difesa della sanità pubblica. Si stanno preparando campagne mirate dello Spi e della Cgil per riconquistare l’effettività di un sistema socio-sanitario nazionale veramente universalistico e privo di diseguaglianze.
