Ingerenze Usa in grande stile in vista delle elezioni colombiane del 2026.

Sin dalla sua seconda elezione come presidente degli Usa, con l’insediamento il 20 gennaio scorso, la politica estera di Trump è spesso stata tacciata di improvvisazione e palese irrazionalità. Se infatti la crudele chiarezza della sua politica interna (persecuzione dei migranti, taglio allo stato sociale, riduzione delle tasse per i super miliardari che l’hanno finanziato, dazi, eccetera) è stata comunque inquadrata in un percorso “razionale”, per quanto spietato con la classe lavoratrice, lo stesso non è stato possibile dire con la sue scelte in campo internazionale.

Almeno fino ad ora, o meglio, almeno fino alla firma, avvenuta negli ultimi giorni di novembre, della “Nuova strategia di sicurezza nazionale”. D’improvviso, se così si può dire, si è palesata la logica profonda che come un filo rosso, rosso di sangue, lega le rapsodiche dichiarazioni ed azioni del ministero degli Esteri Usa. Una logica che è espressione di una razionalità di dominio. Più che riferirsi al “padre” della “Pace perpetua” Immanuel Kant, si ispira all’affermazione dello storico greco Tucidide: “L’impero è tirannide”.

Si comprende, dunque, per quale motivo se da un lato, nel nome della lotta al traffico di droga, ammassa di fronte alle coste venezuelane il più grande dispiegamento militare dai tempi della crisi dei missili con Cuba e bombarda decine di piccole imbarcazioni, fuori da ogni ben che minima legittimità giuridica, causando decine di morti, dall’altro “indulta” l’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernandez, condannato negli Usa a 45 anni di carcere per essere stato uno dei più grandi trafficanti di cocaina del mondo.

La logica imperiale è la totale destabilizzazione delle istituzioni, e delle società, latinoamericana, per impedire qualsiasi possibilità di strutturare una coesione del blocco a sud del Rio Bravo, identificato come un ostacolo al pieno dispiegarsi della potenza politico-economica statunitense. Se già Monroe prima e il “big stick” di Theodore Roosevelt avevano consolidato l’idea dell’America Latina come il giardino di casa, la coppia Trump-Rubio (ministro degli Esteri) ha portato questa impostazione al parossismo. La vecchia “scusa” della lotta al comunismo è stata sostituita dalla lotta al narcotraffico, salvo appoggiare presidenti in carica – Daniel Noboa in Ecuador – o ex presidenti – Alvaro Uribe in Colombia e, appunto, Juan Orlando Hernandez in Honduras – i cui legami con i cartelli della coca sono evidenti.

La Colombia è il prossimo obiettivo. Il paese andino, infatti, il prossimo anno vedrà elezioni parlamentari, l’8 marzo 2026, e il primo turno per le presidenziali, il 31 maggio 2026. E già i motori dell’ingerenza stanno funzionando a pieno regime. Il candidato del partito progressista Pacto Historico, al governo dal 7 agosto del 2022 con il presidente Gustavo Petro, ha eletto il 26 ottobre scorso come suo candidato ufficiale il senatore Ivan Cepeda, intellettuale, attivo da sempre nello spazio pubblico colombiano, ed ha speso le proprie fatiche contro l’estrema destra narco-paramilitare, base operativa dell’alleato americano, cioè il potentissimo ex presidente Alvaro Uribe.

La risposta trumpiana è stata di iscrivere il presidente Gustavo Petro nella “lista Clinton”, un registro del dipartimento del Tesoro Usa di persone che finanziano il terrorismo, il narcotraffico ed altre attività criminali, così da poterli sanzionare. Inoltre in numerose occasioni dirigenti del dipartimento Esteri e “consiglieri militari” hanno affermato che, in caso di vittoria della sinistra, ci sarà lo stesso trattamento “venezuelano”.

Tuttavia, continuando a rivolgerci alla Nuova strategia di sicurezza nazionale Usa, possiamo constatare che il secondo obiettivo dopo l’America Latina è l’Unione europea, percepita come secondo grande ostacolo allo sviluppo della potenza Usa nel mondo.

Abbandonando qualsiasi linguaggio felpato, la strategia è alimentare l’odio anti-migranti, per acuire le tensioni sociali ed appoggiare le forze fascistoidi (chiamate “patrioti”), con il fine di “gonfiare” un nazionalismo disgregatore. Insomma, le prossime elezioni colombiane parlano di noi: oggi in Colombia, domani in Europa?