La storia e l’epilogo difficile della Coop nel centro Italia è sovrapponibile alle difficoltà di gran parte del movimento cooperativo. Le trasformazioni del settore del terziario e in particolare della Gdo (grande distribuzione organizzata) hanno visto perdere la capacità di competizione, di pari passo con la messa in discussione dei valori per cui nasce il movimento cooperativo.

Certamente la gestione degli ultimi decenni ha responsabilità gravi. E pensare che negli anni ottanta, ma anche novanta, la Coop in Umbria, bassa Toscana e Lazio partiva da una presenza fondamentale nel tessuto commerciale dei territori e dei piccoli borghi. Praticamente solo la chiesa aveva una maggiore capillarità.

Oltre al monopolio, col quale determinava il mercato nel commercio, la Coop aveva una risorsa che nessun altro deteneva: il prestito soci. In molti paesi dell’Umbria, ma anche del senese, era la banca di riferimento per tanti cittadini e lavoratori che univano una scelta ideale con la sicurezza finanziaria.

Questa condizione di monopolio e di solidità finanziaria è stata praticamente dissipata. Certo ci sarebbe da indagare, ci sono responsabilità individuali ma soprattutto scelte di piani industriali sbagliati e una lenta trasformazione in azienda finanziaria senza averne i presupposti e le capacità, perdendo competitività verso le altre catene commerciali (Conad, Eurospin, eccetera).

Quindi, la crisi di questa realtà si procrastina da molto tempo, ma è del tutto evidente che, se trent’anni fa poteva vivere di autosufficienza grazie alle condizioni di egemonia, via via si è arrivati ad una crisi drammatica che è di missione ma anche finanziaria e industriale.

Le difficoltà di Coop Centro Italia si sono aggravate e non da questi ultimi anni. Certo è che la politica, e anche il sindacato, con innegabili inadeguatezza, subalternità e complicità, non hanno contribuito, o almeno non hanno impedito il depauperamento di una realtà che era una ricchezza dei nostri territori.

La crisi di queste aziende (Coop Centro Italia e Unicoop Tirreno che, dopo l’assurda unificazione, quest’anno sono diventate Coop Etruria) ha sommato le difficoltà anziché ricercare sinergie, svendendo gli asset più produttivi ad Unicoop Firenze, come i ventinove negozi del senese e altri nella zona di Livorno, e arrivando a dicembre a presentare un piano di ristrutturazione sangue e lacrime con 180 licenziamenti, che appare solo l’inizio del declino, la chiusura di molti negozi e il depotenziamento o chiusura del magazzino di Castiglione del Lago.

Anche nel passaggio dell’unificazione la politica ha brillato per assenza, è stata a guardare, pensando che il mercato si autoregola da solo. Una follia. Non solo perché non è vero mai in nessuna azienda, anche privata, ma lo è ancora meno in una cooperativa dove chi dirige non è il “proprietario”.

Oggi la situazione è abbastanza compromessa, ma è del tutto evidente che bisogna intervenire anche per ciò che non è stato fatto negli anni scorsi. Dal mio punto di vista le istituzioni devono intervenire con soluzioni che prevedano un cambio radicale del piano industriale, che non può essere fatto delle solite dismissioni, individuando e definendo bene quali funzioni direzionali siano previste a Castiglione del Lago, in sostanza quali elementi di rilancio.

Le Regioni interessate devono utilizzare tutti gli strumenti in loro possesso, anche quelli finanziari. Inoltre è indispensabile coinvolgere Unicoop Firenze, azienda solida che ha fatto scelte molto diverse da quelle di Coop Centro Italia, ma oggi non si può limitare a “salvare il salvabile” o peggio ancora a fare un’operazione di sciacallaggio prendendo gli asset più redditivi.

Oggi il sindacato ha aperto coraggiosamente un conflitto e dichiarato una mobilitazione, che per qualche territorio, come il lago Trasimeno, dovrebbe essere di sciopero generale.

Le istituzioni e la politica non possono limitarsi alla solidarietà ai lavoratori coinvolti, ma devono intervenire e risolvere questa crisi, altrimenti la politica sarà ininfluente e drammaticamente si concretizza un pensiero negativo del “tanto sono tutti uguali”.