
Prima della riforma voluta dal governo Monti, il lavoro domenicale e festivo nella grande distribuzione non era una variabile affidata esclusivamente alle logiche di mercato. La normativa sul commercio prevedeva limiti chiari alle aperture, con deroghe motivate e circoscritte. La domenica e le festività rappresentavano un tempo di riposo e di vita sociale, riconosciuto anche a chi lavorava nel commercio. Non è un dettaglio ricordare che la grande distribuzione arriva da una storia diversa: negli anni ’80 e ’90 molti esercizi chiudevano persino un turno infrasettimanale, a conferma di un modello che teneva insieme lavoro, territorio e comunità.
Per questo il dibattito sulle aperture domenicali non può essere liquidato con il solito paragone con altri comparti – alberghi, ristorazione, turismo – che storicamente lavorano nei festivi. Si tratta di settori con una natura produttiva e una funzione sociale diversa. Metterli sullo stesso piano della grande distribuzione significa ignorare la storia e le trasformazioni profonde che questo settore ha subito.
Con il decreto “Salva Italia” del 2011 quell’equilibrio è stato spezzato. La liberalizzazione totale delle aperture ha reso ordinaria l’eccezione: domeniche e festività lavorative, orari senza limiti, turnazioni sempre più frammentate. Una scelta presentata come leva di crescita ma che, a distanza di anni, mostra tutti i suoi limiti.
Il settore della grande distribuzione è stato attraversato da crisi strutturali, ridimensionamenti e riorganizzazioni profonde. Molte aziende hanno chiuso punti vendita, ceduto rami d’azienda, esternalizzato servizi, spesso scaricando il peso di queste scelte sulle lavoratrici e sui lavoratori. Parallelamente, l’espansione delle gallerie commerciali ha messo in ginocchio i piccoli esercenti e i cosiddetti centri commerciali naturali, svuotando i paesi, desertificando i centri storici e impoverendo il tessuto sociale dei territori.
In questo contesto, il lavoro domenicale e festivo non ha prodotto né più occupazione stabile, né maggiore qualità del lavoro. Al contrario, si è innestato su un settore già segnato da un’alta presenza di contratti a termine e part-time involontari. Una precarietà diffusa che incide sui salari, ma anche sulle prospettive previdenziali delle tante lavoratrici in special modo, data l’alta percentuale di presenza rispetto ai lavoratori, costruendo le basi per una nuova povertà futura: quella di chi lavora oggi, ma rischia domani di non avere una pensione dignitosa.
Alla luce di tutto questo, non possono passare inosservate le dichiarazioni rilasciate al Sole 24 ore del 6 gennaio scorso dal presidente delle Cooperative di consumo, Ernesto dalle Rive, che ha aperto una riflessione sulla necessità di rivedere le aperture domenicali. Una presa di posizione che colpisce perché arriva dalla parte datoriale, e che merita di essere letta senza ipocrisie.
È lecito domandarsi se questa improvvisa attenzione non sia legata anche alla crescente scarsa attrattività del settore: turni spezzati, lavoro festivo sistematico, salari bassi e precarietà rendono sempre più difficile trovare persone disposte a lavorare nella grande distribuzione. Allo stesso tempo, non si può ignorare che anche le maggiorazioni per il lavoro festivo iniziano a essere viste come un costo da ridurre, più che come un diritto conquistato. È per questo che la riflessione sulle aperture domenicali non può restare confinata alle convenienze aziendali del momento. Serve una scelta politica chiara.
Come sindacato, auspichiamo l’apertura di un tavolo nazionale sul commercio e sulla grande distribuzione, che affronti insieme il tema delle aperture domenicali e festive, della qualità del lavoro, della stabilità contrattuale e della tenuta dei territori. Rimettere limiti alle aperture non significa colpire l’occupazione ma ridare dignità al lavoro, valorizzare il riposo festivo e rafforzare la contrattazione collettiva. Perché senza regole, senza diritti e senza lavoro stabile non c’è crescita possibile. E senza “comunità vive”, “territori presidiati” e lavoro di qualità, anche il commercio perde la sua funzione sociale.
Questa non è una battaglia ideologica: è una questione di giustizia sociale e di futuro del lavoro.
