Triste vicenda quella che ha per teatro La Fenice di Venezia, da ogni punto di vista la si voglia analizzare ad eccezione di uno: il mondo della musica è tornato a prendere parola, facendo questo agisce in senso culturale ben oltre il proprio perimetro.

Un’evoluzione complessa quella che negli ultimi decenni ha attraversato le scene più importanti d’Italia, da un ambiente prolifico e immerso nel sociale come è stato negli anni ‘60-’70, a un graduale impoverimento, a partire dagli “anni di plastica” e dall’affermazione di una politica economica neoliberista che non solo non ha risparmiato la cultura, ma ne ha fatto la fucina sperimentale della propria azione, modificandone i parametri di sopravvivenza e di conseguenza la qualità e i contenuti.

“Gli artisti che ci fanno divertire” fu la gaffe di Conte durante la pandemia, ripreso e ritrattato. In realtà non disse niente di diverso da ciò che ormai moltitudini di persone percepivano: l’indistinto tra arte e intrattenimento, tra qualità e popolarità.

Ecco che, nel pieno della lotta per l’egemonia culturale, nel momento di rivalsa delle destre afflitte da un antico complesso di inferiorità e dalle scarse simpatie che sembrano riscuotere negli ambienti della cultura, si innesta il metodo coloniale sistemico: i vertici hanno creduto di poter scegliere, senza il coinvolgimento delle maestranze e sulla base di una propria valutazione, la designata a una delle funzioni più importanti in un sistema musicale oltre che sociale.

Ma che cosa fa questa figura? È poi così vero che non si può certificarne il merito? L’opinionismo dei social e delle tv sembra popolato di grandi esperti: fuffa, ecco cos’è la presunzione di libera espressione fondata sulla incompetenza.

La verità è che la corrispondenza del gesto del direttore/direttrice alla reazione della compagine strumentale è materia esclusiva, per professionisti del settore. L’estetica di un gesto, il carisma della persona sul podio possono certamente costituire motivo d’interesse per il pubblico, ma la maestria si percepisce nel risultato, è dentro la relazione che riesce a creare tra la partitura e l’orchestra, a volte cantanti e coro, è la capacità di studiare e cogliere così a fondo gli elementi musicali da averne una rappresentazione mentale precisa e aver maturato un gesto così chiaro ed eloquente da trasmetterla all’orchestra.

Esiste una questione di genere in tutto questo? Certo che esiste e non si riduce a una statistica di presenze nel settore, elemento che interroga in ogni caso, ma da un altro punto di vista. Il genere forma la lettura che abbiamo delle cose del mondo e forgia sostanza e mezzi con i quali la restituiamo. Una donna direttrice di fronte al femminicidio di Carmen, allo stupro di Gilda, alla sposa bambina Butterfly, può provare qualcosa di differente rispetto a un uomo e esprimerlo attraverso un’interpretazione musicale.

Questo vale anche per le strumentiste: dire che la musica è neutra è una grande menzogna perché nulla lo è, e vorrebbe dire togliere a questa straordinaria arte l’identità di medium tra le persone, il loro mondo interiore personale e collettivo. Anche una musica puramente strumentale ricade nella differenza sessuale, come vi ricade la storia, il simbolico di una professione, la genealogia delle figure che ne hanno segnato il cammino. Questo è un dettaglio non trascurabile nell’evoluzione di un ambito, ma per portare frutto deve essere vissuto con consapevolezza: non abbiamo bisogno, nemmeno in musica, di considerare il maschile come un livello superiore da imitare, e non abbiamo bisogno nel mondo femminista di donne che si prestino al colonialismo né culturale né politico.

Scriveva Carla Lonzi: “Per la cultura maschile ci sono vari modi di sconfiggere le donne: uno è quello di ignorare sistematicamente la loro voce autentica e di chiamarle in causa in modo falsificato… un altro è quello di scegliere, come femministe ufficiali e mediatrici delle donne, tutte quelle che per un verso o per l’altro… si siano poste come portavoce tra le donne e la cultura. Insomma la cultura maschile opera in senso coloniale, sottoculturale: decide qual è il femminismo da dichiarare tale”.

In definitiva possiamo affermare che la protesta delle maestranze del Teatro La Fenice abbia scoperchiato un vaso di Pandora dal quale non si torna indietro, va sostenuta da tutte e tutti noi perché lì sono in gioco la difesa della dignità e dell’onestà intellettuale delle professioni del teatro, ma anche un tassello importante circa la parità di genere in questo Paese.

Senza dimenticare che il mondo ci guarda e, se poco o nulla vede del dietro le quinte, ha ben davanti agli occhi cosa accade sulla scena.