Aa. Vv., Tornare alla pianificazione. Politiche industriali dopo la globalizzazione, Edizioni Punto Rosso, pagine 196, euro 20.

Nel volume collettivo “Tornare alla pianificazione. Politiche industriali dopo la globalizzazione” l’analisi delle politiche industriali continentali mostra come l’Unione europea stia vivendo un ritorno dell’intervento pubblico solo parziale e contraddittorio, dopo decenni di centralità assoluta del mercato. La crisi finanziaria, la pandemia, la transizione ecologica e l’acuirsi delle tensioni geopolitiche hanno costretto la Commissione europea ad abbandonare l’idea che la concorrenza e la disciplina dei prezzi fossero sufficienti a garantire sviluppo e coesione. Questo ritorno non coincide con una vera pianificazione ma con una riorganizzazione degli strumenti di sostegno alle imprese private, all’interno del paradigma della competitività.

Il “Piano Draghi” rappresenta il tentativo più ambizioso di definire una strategia industriale europea comune, individuando come priorità il recupero del ritardo tecnologico rispetto a Stati Uniti e Cina, la decarbonizzazione dell’industria compatibile con la tenuta competitiva, la riduzione delle dipendenze strategiche e il rafforzamento dei meccanismi di finanziamento degli investimenti.

Nonostante l’ampiezza dell’impianto, il Piano mantiene come obiettivo centrale la capacità delle imprese europee di competere sui mercati globali, mentre l’intervento pubblico viene concepito come leva di accompagnamento e mitigazione dei rischi, non come strumento di indirizzo diretto delle scelte produttive. Questa impostazione emerge chiaramente nel ‘Clean Industrial Deal’ che individua fattori abilitanti quali il costo dell’energia, l’accesso al credito, lo sviluppo delle competenze e la creazione di mercati guida per le tecnologie pulite, ma subordina la transizione ecologica alla redditività degli investimenti privati e alla sostenibilità finanziaria delle imprese.

Nei piani settoriali, come lo ‘European Steel and Metals Action Plan’ e l’‘Industrial Action Plan for the European Automotive Sector’, l’azione europea si concentra sul sostegno agli investimenti, sulla protezione della capacità produttiva esistente e sulla sicurezza delle catene del valore, senza mettere in discussione l’assetto proprietario e decisionale delle filiere. Nel settore dell’acciaio la decarbonizzazione è affidata principalmente a incentivi e aiuti di Stato, mentre nel comparto automotive l’attenzione è rivolta a digitalizzazione, batterie e mobilità elettrica, con una dimensione sociale che rimane subordinata alla tenuta competitiva delle imprese.

Il nuovo quadro europeo sugli aiuti di Stato amplia gli spazi di intervento pubblico ma rischia di accentuare le asimmetrie tra paesi membri, favorendo quelli dotati di maggiore capacità fiscale.

Nel complesso il libro evidenzia come le nuove politiche industriali europee segnino un cambio di fase rispetto al passato, ma restino intrappolate in una logica che privilegia la concorrenza e l’export. L’assenza di una governance pubblica forte rende fragili anche gli obiettivi dichiarati, poiché le decisioni cruciali restano nelle mani di grandi gruppi industriali e finanziari che pianificano già le proprie filiere su scala globale in funzione del profitto.

La politica industriale europea rischia di limitarsi a socializzare i costi della transizione lasciando privatizzati i benefici.

Viene inoltre evidenziato come la subordinazione delle politiche industriali alla disciplina della concorrenza e del mercato interno impedisca una reale coordinazione tra Stati membri, favorendo una frammentazione che indebolisce la capacità complessiva dell’Unione. La difesa dalla concorrenza extraeuropea viene affrontata più come problema di livello di gioco tra blocchi continentali in concorrenza tra loro che come occasione per ridefinire il modello di sviluppo.

Il libro, invece, propone di trasformare questi strumenti in una vera pianificazione industriale europea, capace di orientare produzione e investimenti verso autonomia strategica, occupazione di qualità e transizione ecologica, superando la centralità della competitività e rafforzando la domanda interna attraverso un ruolo centrale del lavoro organizzato tramite i sindacati.