“Il Partito comunista del Venezuela (Pcv) condanna la detenzione violenta e illegale dei cittadini Nicolás Maduro Moros e Cilia Flores, effettuata nell’ambito di questo intervento militare straniero. Gli Stati Uniti stanno ancora una volta agendo come gendarme del mondo, applicando le loro leggi extraterritorialmente e ignorando apertamente i principi di sovranità, autodeterminazione dei popoli e non ingerenza. Le leggi statunitensi non hanno giurisdizione in Venezuela e nessuna potenza straniera è autorizzata a imporre la propria volontà con la forza delle armi”. Questo scrive il Partito comunista venezuelano, che da tempo è uscito dalle forze che sostengono il governo, e che ha pagato il suo passaggio all’opposizione con la carcerazione di dirigenti e attivisti, anche con la morte sospetta di dirigenti sindacali.

La critica di sinistra al regime bolivariano, non solo quella dei comunisti, nasce dalla contestazione delle scelte economiche di Maduro e di Delcy Rodríguez, all’abbandono delle politiche di socializzazione, alla compressione dei salari operai e al tentativo di imporre leadership di comodo a tutti i partiti di sinistra che non avevano accettato di sciogliersi per confluire nel Partito socialista unificato, alla repressione indiscriminata di qualsiasi contestazione.

Questa opposizione di sinistra e chavista non ha niente a che spartire con quella del settore più reazionario dell’opposizione, guidato dal premio Nobel “per la pace” María Corina Machado, espressione della borghesia compradora che ha controllato il paese fino alla rivoluzione chavista, che da allora fomenta la sovversione e che funge da cavallo di Troia dell’imperialismo statunitense. Lo fa fin dal 1998, quando Hugo Chávez vinse per la prima volta le elezioni presidenziali. Aprendo così la strada ad un processo rivoluzionario che ha portato alla ribalta milioni di venezuelani che la borghesia bianca e creola aveva escluso, prima ancora che dal potere, dalla possibilità di partecipare alla ripartizione delle ricchezze naturali, e condannato alla disoccupazione, alla povertà e alla mancanza di assistenza medica e di istruzione.

Un feroce embargo unilaterale e fuori dal diritto internazionale, come quello che ha colpito Cuba socialista, ha stretto via via il Venezuela per costringerlo ad accettare le condizioni imposte dai governi degli Stati uniti, sia quelli di Clinton che di Bush jr, di Obama, di Trump e di Biden, e ora di nuovo di Trump.

L’embargo è stata la strada scelta dopo il fallimento del golpe tentato nel 2002, con i golpisti allora subito riconosciuti da Usa e Ue, affiancata da un tentativo di rovesciare il governo con moti di piazza durati tre anni dal 2017 al 2019, accompagnati da violenze mirate per spingere il regime a chiudersi in se stesso e al tempo stesso a trattare con gli Stati uniti e con le associazioni padronali. Fu “la rivolta dei ricchi del 2017-2019”, con i ‘cacerolazos’ nei quartieri bene e gli assalti di sottoproletari violenti, armati e prezzolati a bloccare vie di comunicazione, ad assassinare civili, ad assaltare caserme e posti di polizia. E il riconoscimento di un presidente – Juan Guaidò – “eletto” da Usa e Ue con un tentativo di golpe, col sostegno parlamentare, fallito miseramente perché l’esercito non aderì, come invece quello che portò Pinochet al potere in Cile.

Gli Stati uniti ritengono ora di aver raggiunto il punto ideale per piegare il Venezuela e usano la carcerazione di Maduro, sequestrato con una risibile accusa di “narcoterrorismo” (che il tribunale americano non ha avuto nemmeno il coraggio di trasformare in capo d’imputazione nel processo-farsa in corso a New York), per ricattare lo Stato venezuelano.

Obiettivo “di contorno” strangolare definitivamente Cuba socialista, togliendole il petrolio con il quale il Venezuela “paga” le migliaia di medici e dentisti cubani che hanno portato l’assistenza sanitaria nelle periferie e nelle campagne venezuelane, così come il costoso programma di case popolari che ha portato in pochi anni alla costruzione di oltre cinque milioni di alloggi.

Non deve meravigliare, quindi, se ancora oggi milioni e milioni di venezuelani scendono nelle piazze per difendere Maduro e rifiutano le menzogne della signora Machado, e non solo perché sanno di che pasta è l’imperialismo statunitense.

Vedremo ora se il governo venezuelano troverà la forza di aprire il dialogo con l’opposizione democratica, scarcerando gli oppositori, procedendo a nuove elezioni, basando la propria forza sul popolo e non sugli apparati di sicurezza, come da tempo chiedevano anche i governi amici e fratelli di Colombia e Brasile.

I problemi del Venezuela devono e possono essere risolti tra venezuelani!