
Dal tweet di Musk alla guerra di Trump contro Caracas: il narcotraffico come pretesto per la restaurazione dell’egemonia Usa in America Latina. La Cina il vero bersaglio.
Una frase dovrebbe stare incisa come un cartello di pericolo sopra ciò che sta accadendo in Venezuela. Nel 2020, parlando del colpo di Stato in Bolivia del 2019, Elon Musk scrisse su Twitter: “We will coup whoever we want! Deal with it” (Faremo un colpo di Stato a chiunque vogliamo. Fatevene una ragione).
Non era una sparata. Era una dichiarazione di metodo. Oggi quella frase suona come un programma politico che si sta materializzando.
Se il rapporto tra Musk e Donald Trump non è lineare né armonico, i due sono profondamente sinergici, incarnano due facce dello stesso progetto: l’ultracapitalismo autoritario, post-democratico, post-fascista, in cui il potere economico e quello politico si legittimano a vicenda. È esattamente ciò che vediamo oggi in Venezuela: una guerra presentata come operazione di polizia, un sequestro trasformato in “arresto”, un’invasione raccontata come difesa preventiva.
È fondamentale chiarire un punto: Nicolás Maduro non è Manuel Noriega. Noriega era un dittatore militare di Panama costruito e poi scaricato dagli Usa; Maduro è il prodotto di un processo politico che nasce da un consenso popolare reale, oggi eroso ma non cancellato. Il parallelo regge su un solo punto: le modalità del rapimento e del processo extraterritoriale. La costruzione giudiziaria, la spettacolarizzazione della cattura, il trasferimento negli Stati Uniti come trofeo politico. È lì che il passato ritorna, nei metodi.
L’azione di Trump contro il Venezuela non è stata improvvisa. È stata preparata mediaticamente per mesi su due livelli distinti ma convergenti: quello della lotta al narcotraffico, costruita come elemento difensivo degli Usa, e quello promosso dall’opposizione venezuelana più reazionaria, incarnata da María Corina Machado, che ha costruito per mesi una narrazione sull’assenza di democrazia, spingendosi a invocare apertamente un intervento esterno.
Il premio Nobel per la Pace a Machado ha contribuito a creare uno spazio politico e simbolico favorevole all’intervento. Machado e il suo fronte sono co-responsabili dello spazio politico che ha reso possibile l’attacco. Hanno incendiato il terreno, salvo poi scoprire di non essere loro a decidere dove e come cade la bomba. Non è un caso che Trump non abbia mai parlato di democrazia. Non gli interessa. La sua operazione non è a favore della democrazia né dell’opposizione: è a favore degli interessi Usa. Punto.
Il governo Maduro va criticato senza sconti. Si è trasformato in un apparato sempre più autoritario, legato al potere militare, incapace di uscire dall’estrattivismo, distante dalla promessa bolivariana originaria, sempre meno sostenuto dalla popolazione. Ma questo non può diventare l’alibi per normalizzare una guerra. La guerra non corregge l’autoritarismo: lo moltiplica.
È qui che il caso del messicano Genaro García Luna, ministro della sicurezza tra il 2006 e il 2012 e condannato per narcotraffico da un tribunale statunitense, va sottratto alla lettura moralistica e rimesso nel suo luogo reale: non quello della “corruzione individuale”, ma quello dell’azione diretta dello Stato.
García Luna non era un uomo avvicinato dai gruppi criminali, ma, all’opposto, il nodo centrale attraverso cui lo Stato messicano cercava, organizzava, coordinava e distribuiva i rapporti con i gruppi criminali. Non una deviazione dalla funzione statale, ma una sua espressione piena. Cade la narrazione dei “cartelli” come entità autonome e antagoniste allo Stato. In Messico, i gruppi criminali non erano un corpo estraneo ma una forma di governo del territorio, una protesi armata dello Stato, uno strumento di disciplinamento sociale. La cosiddetta guerra alla droga, progettata e implementata da García Luna, non è mai stata una guerra contro la criminalità, ma una guerra tra gruppi criminali amministrata dallo Stato.
La narrativa della corruzione individuale serve a spostare l’attenzione: non è lo Stato che governa attraverso la violenza, ma alcuni uomini che lo tradiscono. Non è un modello, ma una patologia. E invece García Luna dimostra l’esatto contrario: la guerra alla droga è una tecnologia di potere, non un errore di percorso. Per questo il suo arresto e la sua condanna negli Stati Uniti sono così politicamente utili. García Luna viene trasformato nel simbolo del narco-Stato messicano, isolato come “mela marcia”, mentre il dispositivo che ha contribuito a costruire resta intatto, anzi viene esportato.
Il Messico diventa così, retroattivamente, uno Stato criminale non perché lo fosse strutturalmente ma perché serve dimostrare che qualunque Stato può esserlo. Nessuno è immune. Nessuno è al sicuro.
È questo passaggio che rende il narcotraffico una giustificazione replicabile. Se lo Stato messicano può essere raccontato come criminale attraverso García Luna, allora lo stesso schema può essere applicato al Venezuela, alla Colombia, al Guatemala, a chiunque presenti una combinazione di apparati militari, economie illegali, crisi democratica.
In questo quadro si inseriscono gli arresti di Hugo “El Pollo” Carvajal e Clíver Alcalá Cordones, ex alti ufficiali venezuelani accusati di narcotraffico, estradati e processati a New York. È nello stesso circuito giudiziario, nello stesso spazio simbolico e politico che viene portato Maduro. La città non è casuale. La narrazione è già pronta. Si costruisce un frame. Non esistono governi, esistono organizzazioni criminali. Non esistono popoli, esistono territori da mettere in sicurezza.
Questo dispositivo affonda le sue radici nella Colombia degli anni ‘70, quando gli Usa iniziano a sperimentare in modo sistematico la saldatura tra guerra alla droga, controinsurrezione e controllo territoriale. La Colombia diventa il laboratorio perfetto. Da un lato, la presenza di movimenti guerriglieri e di organizzazioni popolari radicate nel territorio; dall’altro, l’espansione dei traffici illegali e delle economie informali. Gli Usa intervengono non per separare questi piani, ma per intrecciarli. La lotta al narcotraffico viene integrata alla dottrina della sicurezza nazionale: esercito, intelligence, paramilitarismo e gruppi criminali non sono mondi separati, ma livelli diversi dello stesso dispositivo.
È in Colombia che si afferma l’uso sistematico dei gruppi armati irregolari come forza di contenimento sociale, come strumento di disciplinamento delle campagne, come braccio armato per lo sgombero violento di territori strategici. Le alleanze tra settori dello Stato, latifondo, apparati militari e strutture criminali non sono una deviazione, ma una strategia di governo. Il narcotraffico fornisce il denaro, la guerra fornisce la copertura politica, l’anticomunismo fornisce la legittimazione ideologica.
La Colombia degli anni ‘70 inaugura anche un’altra torsione decisiva: la trasformazione della violenza in normalità amministrabile. Le stragi, le sparizioni, la frammentazione del territorio non sono effetti collaterali, ma condizioni di possibilità per la ristrutturazione economica e politica. Non è un caso che il modello colombiano diventi, negli anni successivi, il riferimento implicito di tutte le “soluzioni securitarie” proposte dagli Stati Uniti in America Latina.
Lo stesso schema si ritrova in Honduras con Juan Orlando Hernández. presidente costruito come alleato strategico degli Stati Uniti, accusato di legami profondi e sistemici con i gruppi criminali, utilizzato da Trump con due pesi e due misure. Hernández viene arrestato quando non serve più, poi graziato e riabilitato come pedina per orientare le elezioni del 30 novembre scorso, preparando il terreno al ritorno di un governo pienamente filo-Usa.
Se a livello locale il crimine organizzato agisce come dispositivo di controllo del territorio, a livello transnazionale diventa la scusa attraverso cui gli Usa tornano a fare la guerra ai “vicini di casa”. La criminalità non è più solo un problema interno da reprimere, ma una categoria spendibile per riportare all’ordine chi devia, chi prova a fare affari con la Cina, chi mette anche solo timidamente in discussione gli interessi statunitensi e la loro egemonia sull’area.
Il narcotraffico non è il problema: è la scusa, l’occasione, il grimaldello che permette di entrare nei territori, di occuparli militarmente, di normalizzarne la violenza per poi specularci sopra. E’ capitalismo nella sua forma più brutale, ma perfettamente integrata, perché naviga nell’illegale: i gruppi criminali sono imprese capitaliste inserite nelle stesse catene di valore che attraversano l’estrazione, la logistica, la sicurezza privata, la ricostruzione, il controllo sociale.
La guerra alla droga non serve a eliminare il traffico: serve a governarlo, a renderlo funzionale ai flussi dell’accumulazione. Serve a militarizzare territori strategici, a espellere popolazioni, a spezzare autonomie locali, a rendere legittima la presenza permanente di basi, truppe, consulenti, contractors. Dove passa la guerra alla droga, arrivano poi le concessioni minerarie, i corridoi energetici, le infrastrutture, la finanziarizzazione delle risorse. Prima si dichiara il territorio pericoloso, poi lo si rende redditizio.
Il narcotraffico diventa la giustificazione perfetta per imporre un piano neo-coloniale sul continente. Il Venezuela non è che un passaggio. Un banco di prova. Un segnale. Il messaggio è chiaro: chi non si allinea può essere riscritto come Stato criminale, sequestrato, processato, occupato.
Non è una guerra contro il narcotraffico. È una guerra preventiva contro l’autonomia dei popoli, contro il multipolarismo, è una guerra per la restaurazione di un ordine mondiale, per rispondere alle difficoltà economiche delle élite di un paese.
L’attacco al Venezuela è una prova di forza ideologica, perché pone fine ad uno degli incubi recenti degli Stati Uniti; coloniale, perché impone ai paesi della regione di comportarsi da satelliti; e geopolitica, perché si oppone alla crescita cinese.
E’ atto senza precedenti, e se passa con il Venezuela può passare ovunque.
(4 gennaio 2026)
