
Nel silenzio delle festività natalizie, è stata approvata una legge che rischia di segnare un punto di non ritorno nella storia della nostra democrazia amministrativa. La riforma delle funzioni di controllo della Corte dei conti e della responsabilità per danno erariale, votata il 27 dicembre 2025, è stata presentata come un rimedio tecnico alla “paura della firma” che paralizzerebbe i dirigenti pubblici. In realtà è un colpo di mano politico che svuota di senso il principio costituzionale di responsabilità nella Pubblica amministrazione.
La nuova legge riduce significativamente la capacità di controllo e sanzione della magistratura contabile, con potenziali ricadute gravi sulla trasparenza, la legalità e la responsabilità nella gestione della cosa pubblica.
In particolare, ridefinisce in senso restrittivo la “colpa grave”: sarà limitata a violazioni manifeste di norme, travisamenti evidenti dei fatti o negazioni di elementi oggettivi. La “grave negligenza” non è più sufficiente per configurare responsabilità. Introduce un tetto massimo al risarcimento per danno erariale, anche in caso di responsabilità conclamata. Rende strutturale lo “scudo erariale” introdotto durante il Covid, che limita la possibilità di sanzionare i dirigenti pubblici. Introduce il silenzio-assenso per i pareri della Corte, riducendo il potere di veto preventivo: se la Corte non si pronuncia entro trenta giorni, l’atto amministrativo è considerato valido e viene esclusa la responsabilità.
I promotori sostengono che la legge possa sbloccare la Pubblica amministrazione, paralizzata dalla “paura della firma”, e favorire decisioni rapide, soprattutto per l’attuazione del Pnrr. Ma le critiche sono forti e trasversali: si denuncia un indebolimento strutturale della Corte, che rischia di diventare un organo consultivo svuotato. Il nuovo impianto riduce la deterrenza contro sprechi, favoritismi e corruzione, soprattutto in settori ad alto rischio come appalti, urbanistica, edilizia pubblica.
La retorica della “paura della firma” è una cortina fumogena. I dirigenti pubblici italiani percepiscono stipendi che vanno dai 115mila ai 200mila euro annui, incredibilmente superiori a quelli dei funzionari. Con simili retribuzioni, è lecito attendersi competenza, coraggio e responsabilità. Se la firma è temuta, forse il problema non è la Corte dei conti, ma la qualità della dirigenza e la cultura dell’impunità.
Ridurre le sanzioni per errori gravi o dolosi mina la fiducia dei cittadini e il principio di responsabilità. Il risarcimento simbolico mina il principio costituzionale di responsabilità dei funzionari pubblici (art.28 Costituzione). Nel contesto milanese, dove abusi edilizi e deroghe urbanistiche sono spesso frutto di atti amministrativi opachi o compiacenti, la nuova legge renderà più difficile perseguire i dirigenti responsabili di autorizzazioni illegittime od omissioni di controllo. L’inchiesta “Palazzopoli”, ancora in corso, ha già coinvolto 74 indagati tra cui dirigenti comunali, tecnici e politici. Anche il sindaco Sala risulta coinvolto.
La riforma della Corte dei conti rischia di impedire sanzioni per danni erariali legati a concessioni illegittime, omissioni di controllo o favoritismi, proprio mentre l’inchiesta milanese entra nella sua fase più delicata. È un segnale devastante: chi sbaglia non paga, e chi controlla viene messo a tacere.
Questa legge apre la via a rischi sistemici come l’impunibilità di fatto: anche in presenza di danni milionari, i dirigenti pubblici rischiano al massimo tre mensilità; l’indebolimento dei controlli preventivi: il silenzio-assenso svuota di significato il ruolo consultivo della Corte.
Si teme anche un effetto domino: in assenza di sanzioni efficaci, si rischia un effetto emulativo in altri settori ad alto rischio come sanità, appalti, trasporti, per non parlare di cosa potrebbe accadere in contesti endemicamente contaminati da infiltrazioni mafiose.
Questa legge non è solo un tecnicismo. È una scelta politica che ridefinisce il rapporto tra potere e responsabilità, tra cittadino e istituzioni. In un Paese segnato da scandali, sprechi e corruzione, indebolire la Corte dei conti significa disarmare uno degli ultimi presìdi di legalità.
È un attacco alla Costituzione, al principio di buon andamento e imparzialità della Pubblica amministrazione (art.97), e alla fiducia dei cittadini. Si affianca e potenzia l’attacco all’indipendenza della magistratura, già evidente con la “riforma” Nordio, assume un ulteriore aspetto di “vendetta” per le numerose motivate sentenze della Corte contro atti illegittimi del governo (non ultimo il ponte sullo Stretto), e conferma la posizione autoritaria e anticostituzionale di un governo che si sente sciolto da ogni vincolo di legge e da ogni controllo di altre istituzioni democratiche.
