
Presidente del Centro di Ateneo per i Diritti Umani ‘Antonio Papisca’, titolare della Cattedra Unesco ‘Diritti umani, democrazia e pace’ dell’Università di Padova, Marco Mascia ha appena lanciato insieme a Flavio Lotti un appello per la difesa della legalità e del diritto internazionale, che si apre con queste parole: “L’attacco militare degli Stati Uniti contro il Venezuela è la certificazione della orrificante legge del più forte. È l’ennesima sfacciata aggressione alla legalità, al diritto internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite. Un altro atto criminale ed eversivo, politicamente indifendibile e moralmente intollerabile. Un altro spaventoso passo nell’abisso della Terza Guerra Mondiale. Non possiamo andare avanti così!”.
Professor Mascia, viviamo in tempi bui per la pace e la cooperazione internazionale, la legge del più forte ha preso il posto del diritto e chi si oppone viene sistematicamente oscurato dal sistema mediatico.
“Iniziamo con il dire che i governi stanno compiendo atti eversivi nei confronti dell’Ordine internazionale di San Francisco, creato all’indomani della Seconda guerra mondiale. Un vero e proprio colpo di Stato contro le organizzazioni multilaterali, contro l’Onu e contro il Diritto internazionale. Vengono attaccate le istituzioni e la legalità internazionale, a partire dalla Corte penale, cui spetta il compito di arrestare i criminali per i quali è stato emesso un mandato di cattura. Penso a Putin e a Netanyahu, tra gli altri. In questo contesto la politica dell’Unione europea è quella del cosiddetto doppio standard, dei due pesi e delle due misure: si difende il diritto internazionale quando la Russia attacca l’Ucraina, con venti pacchetti di sanzioni contro Mosca, ma poi non si condanna il genocidio in atto a Gaza, nella Cisgiordania e a Gerusalemme est. E non viene adottata una sola sanzione nei confronti dello Stato di Israele. L’Ue ha perso tutta la sua credibilità”.
Denunciate che un mondo senza legge, dominato dalla violenza e dal militarismo, dalle guerre e dalla corsa al riarmo, dall’ingiustizia, dalla politica di potenza e dall’impunita, è una polveriere destinata a scoppiare e travolgerci tutti. Come è stato possibile arrivare a questo punto?
“La responsabilità primaria è di chi ha commesso il crimine. Di Putin che ha invaso l’Ucraina, di Netanyahu che ha compiuto un genocidio. Premesso questo, l’Unione europea ha la responsabilità storica di non avere realizzato un’unione politica. In aggiunta l’Ue, pur avendo sempre ribadito il pieno sostegno all’Onu e al Consiglio di sicurezza per la risoluzione delle controversie internazionali, nella pratica non ha fatto alcunché. E questa è una responsabilità enorme, perché l’attacco al multilateralismo e al diritto internazionale non è iniziato con l’invasione russa dell’Ucraina ma all’indomani del 1989, con la prima guerra del Golfo, con la guerra del 1999 della Nato su Belgrado per il Kosovo, con l’invasione dell’Afghanistan, con la guerra preventiva contro l’Iraq. L’Occidente è il primo responsabile della violazione del diritto internazionale e della marginalizzazione delle Nazioni Unite. E l’Ue ha le sue responsabilità, compresa quella di non avere potenziato l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), di cui fanno parte sia i russi che gli Stati Uniti. Ed è molto grave non avere avviato un dialogo con la Russia sulla questione dei confini, non avere supportato i due accordi di Minsk che avrebbero evitato la guerra russo-ucraina, e al contrario avere sostenuto l’allargamento della Nato ad est dopo l’89”.
Siamo nella Terza guerra mondiale a pezzi, come denunciava Papa Francesco già nel 2014, all’avvio del suo pontificato?
“Siamo in guerra. Guerre terribili dove i paesi dell’Ue, della Nato e gli Stati Uniti sono tutti coinvolti. La spesa militare è diventata folle. Abbiamo superato, dice il Sipri, i 2.700 miliardi di dollari come spesa militare globale, e di questi 1.500 sono dei paesi della Nato. Ci sono le dichiarazioni di alcuni militari, mi riferisco tra gli altri al capo di stato maggiore francese, Fabien Mandon, che poche settimane fa ha dichiarato che la Francia deve prepararsi a perdere i suoi figli in un eventuale conflitto con la Russia, oppure al suo pari grado della difesa britannica, Richard Knighton. Potrei andare avanti con altre dichiarazioni, ma questo è il clima, questo è il linguaggio, questi sono i messaggi che passano in questo momento”.
Sulle rovine di Gaza vanno avanti i bombardamenti israeliani con centinaia di migliaia di esseri umani quotidianamente a rischio della vita e senza neppure l’aiuto delle organizzazioni non governative, cui Tel Aviv nega l’accesso nella Striscia. Devono morire tutti, o abbandonare per sempre il loro martoriato territorio?
“Il genocidio a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme est è tutt’ora in corso. Stiamo parlando di crimini di guerra, contro l’umanità, di apartheid e di pulizia etnica da parte di Israele nei confronti del popolo palestinese, che è titolare di un inalienabile diritto all’autodeterminazione, e ovviamente di tutti i diritti umani internazionalmente riconosciuti. Vorrei attirare l’attenzione sull’ultima risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu su Gaza, la 2803, che di fatto è un attentato alla pace, al rispetto dei diritti umani, alla legalità e all’autodeterminazione dei popoli. Eppure è stata adottata dal dal principale organo delle Nazioni Unite. É pazzesco che Cina e Russia si siano astenute, e ancor più grave che la Francia e l’Inghilterra non abbiano posto il veto. Tutti si sono piegati di fronte a una risoluzione allucinante presentata da Donald Trump, che viola diversi articoli della Carta delle Nazioni Unite, e sostanzialmente pone il sigillo sulla legge del più forte. Ora sta per nascere il ‘Board of peace’ con il compito di decidere cosa fare di Gaza. I leader di questo ‘Board of peace’ sono criminali: Trump, il presidente turco Erdogan, quello egiziano, il torturatore Al-Sisi, e l’emiro del Qatar. Loro hanno firmato l’accordo a Sharm el-Sheikh, e dietro a testa bassa tutti i leader politici dell’Ue, con i palestinesi completamente fuori da questa scelta. La risoluzione chiede la smilitarizzazione della Striscia di Gaza e il disarmo dei gruppi armati palestinesi, ma non dice nulla sul ritiro dell’esercito israeliano. Poi si chiede all’Autorità palestinese di completare il suo programma di riforme, ma non dice nulla sulla fine dell’occupazione illegale di Israele, della segregazione razziale, del regime di apartheid e della pulizia etnica. Non dice nulla sulla colonizzazione in atto. Inoltre, fatto gravissimo, la risoluzione non fa alcun riferimento alle azioni intraprese dalla Corte internazionale di Giustizia sul genocidio, e dalla Corte penale internazionale sui crimini di guerra e contro l’umanità. La conclusione è che viviamo nell’epoca dell’impunità, una impunità che mina le stesse istituzioni democratiche. Se il nostro governo non condanna il genocidio che Israele sta continuando a compiere a Gaza, e ritiene legittimo l’intervento dell’amministrazione americana in Venezuela, allora siamo a rischio tutti noi. Il diritto internazionale non è un optional”.
Le politiche imperiali portate avanti non solo dagli Stati Uniti, ma anche da Russia e Cina, sembrano disegnare un pianeta suddiviso in macroaree di influenza impegnate in una guerra a bassa intensità. Dobbiamo dire addio a tutte le forme di cooperazione internazionale che ci hanno accompagnato dopo la fine della seconda guerra mondiale?
“Dobbiamo difendere le conquiste della seconda metà del Novecento, tutto il sistema multilaterale, il corpus organico di norme giuridiche internazionali in materia di diritti umani, di diritto penale internazionale. Questo è un patrimonio dell’umanità. L’incipit della Carta delle Nazioni Unite dice: ‘Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra’. Dobbiamo difendere le istituzioni democratiche e il diritto, non solo sul piano internazionale ma anche all’interno dei nostri sistemi politici. La scelta di fare la guerra per risolvere le controversie internazionali sta avendo una ricaduta direttamente sulla loro tenuta, c’è una propaganda di guerra, c’è una censura. E le nostre voci, le voci pacifiste, non hanno la possibilità di essere diffuse dai media dominanti. C’è un sempre più preoccupante restringimento della libertà di espressione e di manifestazione del dissenso”.
O ci mobilitiamo per difendere e rilanciare la legalità, il diritto e le istituzioni internazionali, oppure perderemo anche quel che resta della nostra dignità, della nostra libertà, della nostra democrazia. Che fare? Ci armiamo di bandiere arcobaleno e invadiamo le piazze?
“Dobbiamo continuare a difendere il diritto internazionale, non c’è alternativa. E certo bisogna invadere le piazze. C’è un’attività straordinaria per la pace nel nostro paese, penso al ruolo degli enti locali, delle associazioni, delle parrocchie, ai tanti attivisti, ai tantissimi giovani. Ma dobbiamo essere uniti, come lo abbiamo fatto con la Flotilla, accelerare il processo di costruzione di un movimento pacifista che sappia parlare a una sola voce e diventi interlocutore del governo”.
Come riuscire a dare voce alla pace in un mondo dove tanti, troppi, hanno l’elmetto in testa?
“In questi giorni apriamo la conferenza nazionale delle scuole di pace, l’educazione alla pace come una necessità per la sopravvivenza. Saranno presenti trecento dirigenti scolastici, docenti, professori universitari, dottorandi provenienti da 156 scuole di 116 città e 18 regioni italiane. Per la prima volta siedono allo stesso tavolo quattro grandi reti nazionali: la rete nazionale delle scuole per la pace, la rete delle università italiane per la pace, il dottorato di interesse nazionale in Peace Studies e il coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e i dritti umani. Un’alleanza che vuole costruire una strategia comune e continuativa nel campo dell’educazione alla pace”.
(14 gennaio 2026)
