L’anno nuovo comincia sotto i peggiori auspici. Il 3 gennaio scorso, il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, è stato catturato insieme alla moglie da un’unità speciale dell’esercito e della Drug Enforcement Administration statunitensi e trasferito di forza a New York, dove è sotto processo per traffico internazionale di stupefacenti. Un avvenimento che nessuno avrebbe immaginato, nemmeno gli autori più fervidi di fantapolitica. Che sembra riportare indietro le lancette del tempo, al 1847, quando l’esercito statunitense catturò il presidente messicano, Antonio Lopez de Santa Ana, lo rinchiuse nell’ambasciata a stelle e strisce di Città del Messico, e lo costrinse a firmare il trattato di Guadalupe Hidalgo, con cui Washington acquisiva più della metà del territorio messicano.

In realtà, esiste un elemento di novità. Nel 1847 Lopez, firmato il trattato, era tornato a svolgere le sue funzioni. Qui ci troviamo davanti alla deposizione del presidente di uno stato sovrano, e alla sua degradazione a criminale, in nome della legislazione penale.

Si potrebbe argomentare che Maduro aveva compiuto brogli elettorali, che la situazione dei diritti umani in Venezuela era molto precaria. Si potrebbe. Perché bisognerebbe indagare a fondo. Soprattutto perché sui brogli elettorali e il rispetto dei diritti umani molti dei leader politici odierni dovrebbero essere chiamati a rendere conto. Pensiamo proprio agli Usa, con le elezioni del 2000, l’assalto del 2021 a Capitol Hill, Guantanamo, Abu Ghraib, le esecuzioni a mezzo di ipossido di azoto, le ingerenze nella politica latinoamericana. E la lista potrebbe allungarsi.

Quello che colpisce, in questo scenario, riguarda la sovrapposizione tra la sfera politica e quella penale, con l’intento manifesto di criminalizzare chiunque si ponga trasversalmente all’ordine mondiale neoliberista.

Fin dalla caduta del muro di Berlino, l’avversario politico viene spogliato di ogni prerogativa di tipo ideologico e progettuale, per essere degradato alla figura di criminale. Uno schema che comincia dalle accuse di malversazione, prosegue nelle stanze del potere giudiziario (nazionale o internazionale), incontra la sponda dell’amplificazione mediatica, e sfocia nell’azione di forze speciali, negli arresti, nell’esposizione al pubblico ludibrio e nella successiva condanna.

Non ci riferiamo soltanto ai capi di Stato. Pensiamo, per esempio, relativamente al caso italiano, a quanto avvenne nel 2019, con la cattura di Cesare Battisti, riportato in Italia ed esposto dall’allora ministro dell’Interno come trofeo di guerra. Pensiamo alla criminalizzazione dei centri sociali, che in questi mesi hanno prodotto lo sgombero di luoghi storici come il Leoncavallo di Milano e Askatasuna a Torino. O alla criminalizzazione del movimento a favore del popolo palestinese, o all’omicidio, spostandoci negli Usa, dell’attivista statunitense Renèe Goode, avvenuto a Minneapolis lo scorso 8 gennaio.

Come in un romanzo distopico, esiste un solo mondo, un solo modo di vedere la realtà, un solo stile di vita. Quello tracciato dal neoliberismo, orientato alla vita frenetica in funzione di consumi effimeri, mediati da processi di indebitamento destinati a durare per il corso dell’esistenza. Regolati dalla competizione e dalla conseguente esclusione di chi non si adegua o possiede un numero minore di risorse. Con la polizia assurta al ruolo di regolatore ultimo dei rapporti sociali, tanto che qui in Italia si producono continuamente, da parte della coalizione governativa in carica, accorgimenti legislativi mirati a proteggerne anche gli abusi. Con la guerra che incombe sullo sfondo, come mezzo per calmierare un quadro economico sempre più precario e caratterizzato da finanziarie sempre meno inclusive.

Non è davvero un buon inizio d’anno. Ma non si può tornare indietro. Vediamo di andare avanti, producendo un’opposizione sociale e politica forte che trovi il grimaldello da innescare per uscire dalla stanza del neoliberismo autoritario in cui vogliono rinchiuderci.

Possiamo ancora farcela. Purché ci mobilitiamo subito.