
Il 2026 si annuncia come un anno, ancora una volta, funesto per la Ricerca pubblica italiana e in particolare per le lavoratrici e i lavoratori che da anni portano avanti i progetti con contratti precari. Da anni a tutti loro è preclusa la possibilità di programmare il loro futuro e il loro progetto di vita.
La crisi del precariato al Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) non è un fenomeno improvviso, né un’emergenza contingente. È il risultato di scelte strutturali, di anni di sottofinanziamento, quindi con una gestione discontinua del reclutamento, che hanno trasformato il lavoro precario da fase transitoria a condizione permanente per migliaia di lavoratrici e lavoratori della ricerca.
Negli anni, questa condizione è diventata sempre più insostenibile. Con la fine progressiva dei finanziamenti del Pnrr, la scadenza di centinaia di contratti a tempo determinato e l’assenza di una programmazione pluriennale delle assunzioni rendono evidente il rischio di una perdita irreversibile di competenze e di intere linee di ricerca.
È in questo contesto che si inserisce la mobilitazione fortemente voluta dalla Flc Cgil con il movimento dei “Precari Uniti Cnr”, che ha dato vita a una delle più lunghe e articolate vertenze della Ricerca pubblica italiana degli ultimi anni. Risultato della forte mobilitazione portata avanti nel 2024 sono le insufficienti ma significative risorse stanziate con la legge di bilancio 2025 e destinate al Cnr per la stabilizzazione di Ricercatori, Tecnologi, Tecnici e Amministrativi che hanno maturato i requisiti di cui all’art. 20 C1 e 2 del D.lgs 75/17, pari a circa 10 milioni di euro a regime, messi a disposizione delle sole forze politiche di opposizione. Queste risorse consentono la stabilizzazione di sole circa di 180 unità di personale, lasciando senza prospettive la maggioranza del personale precario.
I numeri disponibili confermano che il precariato al Cnr non è un fenomeno episodico, ma una condizione strutturale del sistema di Ricerca pubblico italiano. Secondo una ricognizione aggiornata al 31 dicembre 2024, basata su dati interni del Cnr e sul Piano di fabbisogno del personale 2025-27 approvato dal Consiglio di amministrazione (delibera 33/2025), il personale precario dell’Ente ammonta ad almeno 2.939 unità. Il dato comprende 1.076 Ricercatori-Tecnologi, 151 Tecnici-Amministrativi assunti con contratto a tempo determinato, e 1.712 assegniste e assegnisti di ricerca. Restano esclusi dal conteggio – quindi seppur precari risultano completamente trasparenti – borsisti, collaborazioni occasionali e altre forme contrattuali non subordinate, per le quali non esiste un tracciamento centralizzato, contribuendo a una sottostima complessiva del fenomeno.
Una parte consistente di contratti a tempo determinato e assegni di ricerca scade tra la fine del 2025 e aprile 2026. In assenza di misure strutturali, questo scenario apre al rischio concreto di interruzione di attività e progetti strategici, oltre che la chiusura di importanti infrastrutture di ricerca avviate con i fondi del Pnrr e portate avanti quasi esclusivamente da personale precario.
I dati mostrano con chiarezza uno scarto profondo tra dimensione reale del precariato e capacità delle misure attualmente previste di incidere sul problema. È proprio questo divario ad aver alimentato negli ultimi due anni una mobilitazione crescente dei lavoratori e delle lavoratrici del Cnr, fortemente sostenuta dalla Flc, e quindi ad aver trasformato una rivendicazione occupazionale in una vertenza nazionale sulla tenuta della Ricerca pubblica. Lo stanziamento, pur rappresentando un segnale importante, è largamente insufficiente rispetto alla dimensione reale del precariato.
Ad oggi, nonostante la disponibilità dei fondi, il processo stenta a procedere, è lento, troppo lento. Nel frattempo, i contratti continuano a scadere e il rischio di perdere personale formato con risorse pubbliche diventa sempre più concreto.
La mobilitazione per superare il precariato nel Cnr è sostenuta da un ampio fronte territoriale e istituzionale. Si pone una questione di fondo: se la ricerca è una risorsa strategica per il Paese, il lavoro di chi la rende possibile non può essere lasciato alla precarietà strutturale.
Infine, il quadro normativo in merito al superamento del precariato introdotto con la legge di bilancio per il 2026 non è positivo. Le modifiche legislative – come il cosiddetto emendamento Lotito – presentano criticità interpretative e potenziali effetti distorsivi, riducendo ulteriormente la platea dei beneficiari e creando paradossi selettivi.
In assenza di criteri chiari, inclusivi e coerenti con lo spirito della normativa sul superamento del precariato, il rischio è che l’attuale fase si traduca in un nuovo stallo con la fine dei contratti e con l’uscita definitiva di lavoratrici e lavoratori precari. Ciò comporterebbe la perdita irrimediabile di competenze che né il Cnr né il Paese possono permettersi.
La stagione di lotta è ancora aperta.
