Il 2026 non è iniziato bene. I media ci vogliono abituare ad una drammatica normalità: la guerra. Il dramma della guerra entra nelle nostre case con notizie che rappresentano le conseguenze delle azioni militari. Il genocidio in Palestina, la guerra tra Russia e Ucraina, i tanti conflitti di cui neanche si dà notizia se non per quanto riguarda gli interessi occidentali. Cambia l’importanza che si dà alle vittime, cambia il peso delle responsabilità di chi compie le azioni militari. Cambiano gli aggettivi ma non la sostanza.

Non c’è nulla di giusto, nulla di umanitario, nulla di democratico nelle guerre. Il prezzo più alto viene sempre pagato da vittime innocenti.

Lotta per il potere e per il controllo delle risorse naturali, espansione territoriale e delle aree di influenza. Il mondo è sempre più vicino all’esplosione di un nuovo conflitto mondiale. Le cosiddette democrazie occidentali si armano per questa prospettiva. L’aumento della spesa militare è il primario indicatore di questa volontà di guerra.

L’economia della guerra gonfia la crescita a discapito della spesa sociale, produce morte e riduce diritti, arricchisce i padroni delle fabbriche di armi e impoverisce le persone che vivono del proprio lavoro.

Quello che è accaduto in Venezuela apre (o forse fa tornare a) una ‘nuova’ fase. Un’operazione militare per destituire un presidente eletto – si condividano o meno le sue idee e politiche – come strumento per appropriarsi delle più grandi riserve petrolifere su scala mondiale. Aldilà delle dichiarazioni di facciata sul contrasto al narcotraffico, è esemplare la chiamata a rapporto delle più importanti compagnie petrolifere occidentali, Eni compresa. Con la cinica chiarezza che lo contraddistingue, Donald Trump spiega che saranno gli Usa a decidere sul petrolio venezuelano.

E’ sufficiente questo a far scattare un naturale moto di ribellione. E così è per le centinaia di migliaia di persone che manifestano in tutto il mondo per la pace contro la guerra. Ma c’è dell’altro di cui poco si parla. L’internazionale nera che governa in tanti Paesi non ha bisogno della democrazia, delle istituzioni parlamentari, dell’autonomia della magistratura.

Trump considera il Parlamento un ostacolo, infatti non si fa autorizzare dalla Camera l’intervento militare utilizzando l’argomento del narcotraffico. Cerca di destabilizzare gli Stati americani governati dai Democratici militarizzando un corpo speciale come l’Ice, sguinzagliato a seminare terrore nelle città da loro governate. Criminalizza le istituzioni autonome come la Fed e i giudici che non gli danno ragione. Un’idea di ‘democrazia’ senza le persone, che si vuole affermare solo nella prospettiva della forza e della conquista militare. La Groenlandia sarà un prossimo, non unico, obiettivo.

La fretta con la quale Giorgia Meloni si allinea alle scelte di Trump rappresenta in maniera plastica la comune visione autoritaria che li contraddistingue. Già si vedono i primi tentativi di applicazione del Dl sicurezza con le denunce a carico dei compagni di Massa, Dl che ha bisogno di una magistratura asservita per dispiegare le sue nefaste previsioni.

E’ sempre più necessario costruire un movimento internazionale che metta in rete le grandi mobilitazioni per la pace, contro la guerra, il genocidio e il neocolonialismo. La pace è un bene primario: senza la pace non ci sono democrazia e giustizia sociale.