
Otto mesi per il tentativo di composizione negoziata della crisi, e all’inizio di quest’anno il deposito della richiesta di concordato preventivo con attivazione di una Cigs per dodici mesi. Questo il drammatico riepilogo della vertenza, tutt’ora in corso, originata dalla grave situazione debitoria nei confronti di fornitori e istituti bancari di AZA Aghito Zambonini S.p.A.
La crisi coinvolge, loro malgrado, i lavoratori dei due stabilimenti di Noventa Padovana (Pd) e di Fiorenzuola d’Arda (Pc), che attualmente denunciano i mancati versamenti dei contributi Inps come della previdenza integrativa, e reclamano l’erogazione della mensilità di dicembre e della tredicesima, nonché quella delle quote del welfare contrattuale.
La storia di AZA ha inizio nel 2011 con la fusione delle aziende che fanno capo alla veneta Aghito e alla emiliana Zambonini, vantando il riconoscimento di marchio storico di interesse nazionale. Si tratta infatti di una delle principali aziende appaltatrici specializzate nella progettazione, produzione e installazione di facciate per edifici, operando in Italia, Europa e Stati Uniti e realizzando opere di grande valore architettonico come le torri di Porta Nuova e la sede della Fondazione Prada a Milano, il City Ringen della metropolitana di Copenhagen e la Virgin Tower a New York.
Ad aprile 2025 conta 200 addetti, dei quali 85 nella sede padovana e 108 nel sito piacentino, con ulteriori uffici con dipendenti a Forlì e a Treviso. Nel corso dei mesi però gli occupati diminuiscono via via, dai 172 dello scorso settembre fino agli attuali 129. Il lento e inesorabile esodo dei lavoratori e la relativa dispersione di professionalità e competenze non sembrano preoccupare più di tanto il titolare dell’azienda, nel frattempo imputato di disastro colposo nella vicenda processuale dell’incendio della Torre del Moro di Milano, avvenuto nel 2021, e per il quale la pubblica accusa ha chiesto otto anni di reclusione, altrettanti per il fornitore dei materiali di rivestimento del manufatto, e cinque per l’amministratrice della società immobiliare committente.
L’ostinata ricerca di salvare sé stesso da parte dell’imprenditore e della consueta pletora di professionisti ha comportato fino ad oggi non solo la mancanza di rispetto per le ragioni del lavoro, ma anche una scarsa considerazione per il futuro stesso dell’impresa. Lo si è visto quando, fugata la possibilità dell’ingresso di un nuovo socio, si è intrapresa la ricerca di un acquirente interessato all’azienda nella sua interezza o anche solo di una parte di essa. Ben venti sono state le manifestazioni di interesse, ma solo una di queste, fondata sulla cessione di un ramo, ha convinto e continua a rappresentare per la proprietà l’unica soluzione degna di essere presa in considerazione, nonostante porti con sé un drastico ridimensionamento del perimetro occupazionale e anche delle potenzialità dell’impresa.
In tutta evidenza ha prevalso l’obiettivo di mantenere semplicemente le commesse in essere, per capitalizzarle e quindi cederle in subappalto. Tutto ciò stride con il principio ispiratore dello stesso Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (Decreto Legislativo 12 gennaio 2019, n.14), che, in sostituzione della datata Legge Fallimentare del 1942, assume come prioritaria la continuità dell’impresa e considera quest’ultima come un “bene sociale”, imponendo al datore di lavoro – per così dire – “un dovere di fedeltà” nei confronti dei lavoratori dipendenti e della società tutta.
Rimettere al centro il lavoro, con la difesa dell’occupazione e la tutela dei diritti e degli interessi dei lavoratori, sarà il nostro compito nell’evoluzione della crisi di AZA, consapevoli del necessario contrasto a quel “pensiero unico” che, nell’ineludibile conflitto fra lavoro e capitale, fa pendere sempre la bilancia in favore dell’impresa, se non addirittura a vantaggio della sorte del singolo imprenditore. D’altra parte, cosa aspettarsi in una regione come il Veneto dove possiamo vantare la nomina persino di un assessore “alle imprese”?
(28 gennaio 2026)
