
Si presenta come un’azienda votata all’eco-sostenibilità, ma cerca di spingere i lavoratori alla guerra tra poveri.
Negli ultimi giorni del 2025, alla Bluergo di Castelfranco Veneto, azienda metalmeccanica con una sessantina di dipendenti, è circolato un “sondaggio” interno che ha lasciato increduli e indignati lavoratori e rappresentanze sindacali.
Bluergo si presenta come un’azienda impegnata su “elettromagnetismo ed eco-sostenibilità sulla strada verso l’Iatf” (uno standard internazionale di gestione della qualità specifico per l’industria automobilistica). L’azienda progetta e produce componenti elettronici e elettromagnetici avvolti in rame. Si definisce “apprezzata a livello internazionale per le bobine tachimetriche per il settore del Bianco”, ma opera anche anche in altri settori, dal cooking alla climatizzazione, dalla domotica all’automotive e alla termoregolazione.
In un questionario distribuito ai dipendenti l’azienda ha chiesto di esprimersi su una ipotetica riduzione del personale, presentata come una sorta di misura “necessaria” per far fronte alle difficoltà aziendali. In pratica si è chiesto ai lavoratori di pronunciarsi – con modalità più proprie di un reality show che di una fabbrica – su possibili licenziamenti collettivi.
“E tu quale collega licenzieresti?”. Ecco la logica da Squid Game nell’azienda di Treviso, “Chi lasceresti a casa? Chi non ha figli? Chi è stato assunto da meno tempo?”. Tra le possibili motivazioni per lasciare a casa i colleghi viene chiesto di scegliere tra i volontari, le persone in part-time, le persone senza carichi di famiglia, i dipendenti più giovani, o altro.
Solo una decina di questionari sarebbero stati compilati e restituiti all’azienda. La dirigenza ha definito l’iniziativa come uno strumento di ascolto: “È solo un’indagine interna per testare il clima aziendale”, giustificazione di una dinamica che trasforma i lavoratori in giudici dei colleghi, in una dialettica che corrode fiducia e collaborazione invece di costruirle.
Lo sappiamo tutti: trascorriamo più ore della nostra giornata al lavoro che in famiglia. L’ufficio, il negozio, la fabbrica sono così spazio di condivisione e interazione, in un imprevedibile groviglio di relazioni che influisce sia sul nostro benessere che sulla nostra produttività. Dovremmo sentirci sicuri, riconosciuti, parte di una comunità, non al centro di un’arena di selezione in cui il meccanismo del branco sostituisce ragione e competenza.
Dividere i colleghi in base a età, carichi familiari o tempo di permanenza in azienda non ha peraltro alcuna relazione con il contributo reale che ciascuno porta all’impresa. Confondere rapporti personali con valore professionale, mettere i dipendenti in una competizione ad esclusione significa impoverire l’azienda, banalizzare la dignità del lavoro e tradire il senso stesso della comunità lavorativa. Un fatto gravissimo, che mina alla base i principi di dignità, solidarietà e rispetto del lavoro.
Il tentativo di trasformare un tema così delicato in una specie di “consultazione” interna non solo non ha alcun valore formale o giuridico, ma rappresenta una pericolosa deriva culturale, che sposta la responsabilità delle scelte aziendali sulle spalle di chi, ogni giorno, la produzione la manda avanti con il proprio impegno.
La Fiom Cgil di Treviso ha espresso la propria indignazione e il profondo sconcerto per il questionario distribuito. Questa pratica, che trasforma un momento di crisi e già di per sé drammatico in un gioco crudele, è un attacco alla dignità dei lavoratori e una manipolazione inaccettabile della solidarietà che dovrebbe regnare tra colleghi. Ha convocato le assemblee dei dipendenti al fine di prendere le distanze da tale allucinante iniziativa, che mina il principio stesso della gestione delle crisi aziendali.
I lavoratori non sono numeri da tagliare né spettatori di una votazione con il posto di lavoro in palio. Il lavoro non si sonda: si difende, si rispetta e si valorizza.
(26 gennaio 2026)
